“Quando la lotta è di tutti per tutti,
il tuo padrone, vedrai, cederà;
se invece vince è perchè i crumiri
gli dan la forza che lui non ha”
Ciao, Ivan
“Quando la lotta è di tutti per tutti,
il tuo padrone, vedrai, cederà;
se invece vince è perchè i crumiri
gli dan la forza che lui non ha”
Ciao, Ivan

Dicevamo che in Italia si sta ormai concretizzando il disegno piduista. Due coalizioni, una di centrosinistra ed una di centrodestra. Fuori i comunisti dalla vita politica del Paese, fuori ogni idea di alternativa, di costruzione di un terzo polo, di sinistra.
Sia ben chiaro. Alla borghesia non serve una dittatura fascista. Serve invece un bipolarismo semplice e chiaro, con poche grandi forze nazionali, ognuna ben delineata da un duplice ruolo: da una parte quello di rappresentare socialmente alcuni ceti della piccola e grande borghesia (anche in considerazione dei particolarismi regionali), dall’altra declinare e sublimare le particolari esigenze “virtuali” e sublimate di una parte delle masse, come il bisogno di sicurezza, la paura degli immigrati, ecc.
Tutti gli attori in gioco, non solo il Pd democratico e riformista e il Pdl liberale e nazionalista, fanno parte di questo teatrino. Così anche la Lega Nord, l’Italia dei Valori, l’UDC ed i partiti minori come MPA.
Dobbiamo dire grazie anche al gruppo dirigente che ha dato vita a Sinistra e Libertà, perché ha contribuito a questa chiarificazione. Questa nuova formazione è stato un grande passo in avanti nella marcia a tappe di conglobazione nelle due macroaree principali, dove ad ognuno è delineato il compito di difendere una particolarità di interessi borghesi ed un insieme di “credi”, “bisogni costruiti” e “desideri reconditi” della popolazione. A Sinistra e Libertà tocca nel breve periodo il compito di intercettare il bisogno di alternativa della sinistra delusa del PD, e diventare nel medio periodo l’unica vera sinistra, “attenta ai bisogni dei più poveri” ma responsabile ed integrata nel blocco politico di centrosinistra. Si va anche delineando chiaramente anche il blocco sociale di riferimento di Sinistra e Libertà: in particolare precari, giovani, professionisti e appartenenti a quel ceto piccolo borghese di persone di cultura medio-alta, che storicamente e politicamente non possono identificarsi in un partito di “lavoratori e studenti” tout-court. Sarebbe interessante approfondire questa cosa.
Sinistra e Libertà non ha più nessuna delle ambiguità e dei pesi morti che aveva Rifondazione Comunista, i residuati del comunismo, di un certo operaismo e rigidità di rapporti a sinistra. La formazione di Vendola (con dietro Bertinotti), non ha lacci ideologici e può muoversi con scaltrezza nel mare vasto del centrosinistra. Non deve rassicurare i propri militanti, i vecchi simpatizzanti e l’elettorato di dover essere di alternativa. Sul loro giornale si possono permettere di dire qualsiasi cosa senza timori e ritegni: di oggi per esempio la proposta di Bertinotti di “fare un grande partito del centrosinistra” con dentro tutti, PD, Radicali, Di Pietro, ecc.
Il ruolo della sinistra sembra essere evidentemente quello di intercettare quella fetta di scontenti che non ne possono più di questa alternanza, che non sostengono il PD, e che votano magari Di Pietro per protesta. L’elettorato e una vasta area di sensibilità c’è. Ma questo sostegno non deve essere appannaggio dei partiti (pseudo)comunisti, e di chi si mostra ambiguo e non sufficientemente allineato. Da oggi Sinistra e Libertà che fornirà la pezza d’appoggio al centrosinistra per impedire emorragie di voti o astensionismo.
Questa chiarificazione mette Rifondazione comunista (come gruppo dirigente e come iscritti e simpatizzanti) di fronte al crocevia delle sue scelte finali. Allinearsi ed adeguarsi – come hanno fatto e faranno forse molti dirigenti, e quindi scomparire, oppure mantenere l’indipendenza formale e tentare la carta dell’identità (e scomparire progressivamente), oppure accettare il fatto che una fase è finita.

Prima di tutto una premessa personale. Occorreva prendere una pausa per mettere insieme più di una riflessione: non sempre è utile e giusto dire la propria e discutere di politica, soprattutto con uno strumento individualista ed egocentrico come il blog. Si rischia di essere fin troppo presuntuosi.
Ma se è facile smettere di scrivere, è molto più difficile ricominciare. E se ricomincio è anche grazie al fatto che questo blog è ancora letto. Forse alla fine è stato utile ad aprire qualche riflessione.
Ma se questo è un riavvio, sarà un riavvio stentato e lento.
Direi prima di tutto di rimettermi in pari con quest’anno. In quest’anno ho letto molto ed ho visto fare molto poco. E quel poco che si è fatto lo si è fatto in condizioni oggettivamente difficili.
Oggi si sono realizzate ad un tempo sia la strategia piduista dei due schieramenti, uno di centro-destra ed uno di centro-sinistra, sia l’abbattimento culturale di un insieme di conquiste della sinistra propriamente detta. Non siamo però di fronte ad un nuovo fascismo, inaccettabile per gli interessi della borghesia. In estrema sintesi, possiamo dire che la borghesia ha bisogno di due cavalli in competizione tra loro, che rappresentano ad un tempo sia interessi di settori borghesi differenti tra loro, sia d’altro canto più declinazioni del rapporto tra politica e sublimazione degli interessi sempre più spesso costruiti delle classi inferiori.
In questa nuova fase si è affermata quindi una nuova competizione tra le sinistre, con Sinistra e Libertà (allineata e finanziata dal centrosinistra) da una parte, e Rifondazione/Pdci dall’altra (con i loro inciuci e contraddizioni). Sullo sfondo Sinistra Critica e PCL, ancora ai margini della lotta politica.
Però le lotte sociali in questo ultimo anno non si sono fermate, nonostante le condizioni sempre più difficili che abbiamo visto tutti in questi mesi: la repressione, la mancanza di risonanza mass mediatica, l’insufficiente capacità di attrazione dei sindacati di base, il contrasto dei burocrati della Cgil, e infine la debolezza della sinistra politica.
Di carne al fuoco insomma ce n’è tanta per ricominciare a discuterne anche qui.
Il titolo è una doppia provocazione, sia verso il noto saggio di Bertinotti, sia verso la situazione politica odierna, dove la realtà supera ogni fantasia, e più sono piccole le sinistre più si spezzettano ed ognuno cerca di emergere per quello che è.
Due sinistre, due piazze, due date, due momenti diversi per celebrare la divisione. Apparentemente.
L’11 ottobre l’ex Arcobaleno si reincontra in vista delle prossime elezioni amministrative, per la prima manifestazione di “lotta” della stagione. Eppure questa manifestazione comporta due ordini di contraddizioni.
La prima, più evidente, è che la manifestazione non è punto di partenza di una lotta, o suo punto di arrivo; non è parte di un percorso di mobilitazione. E’ semplicemente una iniziativa decisa dal ceto politico sconfitto alle scorse elezioni, e nel caso particolare di Rifondazione, mondato ed autoassolto dai suoi peccati originali, come il sostegno a Prodi, il voto a missioni militari di guerra, un paio di finanziarie ed una riforma delle pensioni mortificante. Questo partito in tutte le sue correnti ha un disperato bisogno della piazza, di riprendere quel feeling interrotto nel 2003 quando decisero di smettere di fare opposizione.
La seconda, meno evidente, è che la cosiddetta svolta a sinistra di Rifondazione Comunista altri non sembra che l’ennesima giravolta di questo partito. Non dissimile da quella operata dal Bertinotti nel ‘99, quando sposò il movimento di Genova, poi quello per l’articolo 18, ed infine per la pace. Ma poi al “Bertinotti di lotta” si sostituì “il Bertinotti di governo”, forte del consenso ottenuto nelle piazze. La piazza sembra quindi essere un mezzo, e non un fine, del partito della rifondazione comunista per acquisire un maggiore spazio nel baraccone istituzionale.
Oggi la situazione non è dissimile, ma peggiore: perchè Ferrero e Vendola non hanno la forza di Bertinotti, nè gli stessi numeri elettorali e di presenza nei territori e nei luoghi di lavoro, ma soprattutto se fosse per loro al governo ci sarebbero rimasti volentieri, non fosse stato per la caduta di Prodi.
Si prevede dunque che l’11 ottobre sarà la manifestazione “di apparato”, di simpatizzanti delusi, dei non troppi infelici che si aggrapperanno ancora all’illusione che si possa riformare ancora il partito (anzi i partiti) di lotta, senza aver rimosso alla radice le ragioni della sconfitta. Prima tra tutte il fatto che non si può essere contemporaneamente di lotta e di governo.
Il 17 ottobre ci sarà invece lo sciopero generale. Questo sciopero non casca dal cielo, ma è il frutto di un percorso, iniziato il maggio scorso, e che vede la partecipazione reale, pur con cento contraddizioni, di pezzi veri e reali di movimenti di lotta nel Paese, in una situazione di pressochè totale assenza di informazione nel Paese, di silenzio assordante ed interessato di gran parte della sinistra (l’altra).
Per la prima volta assistiamo ad un processo nazionale ed unitario di collaborazione tra sindacati di base, che in questi anni pur in una situazione di complessiva debolezza (soprattutto politica), sono cresciuti. Come se non bastasse, si uniforma e si raffina la piattaforma del conflitto sociale su quattro punti cardinali: la scala mobile, l’abolizione delle leggi sulla precarietà, la sicurezza sul lavoro e il diritto di scelta sindacale. Che sono poi i punti dai quali deve ripartire il conflitto sociale.
Il sindacato di base tenta di sopperire ad una mancanza della politica, la mancanza soprattutto di un partito che abbia al centro della sua azione una idea di società in cui al centro vi siano le esigenze dei lavoratori. La ragione storica di ciò sta sicuramente nel fatto che progressivamente in tutti questi anni moltissimi militanti di sinistra si sono riversati nel sindacato di base delusi dalla politica dei partiti. Ma è anche vero che una parte del mondo del lavoro si è radicalizzata e si è resa più cosciente, ed è indubbio che la radicalizzazione del conflitto da parte del governo attuale (con i tagli nel settore pubblico e nella scuola) abbia contribuito non poco.
La mia speranza è che il 17 ottobre lo sciopero sia partecipato nelle sue varie forme, anche soltanto simboliche. Dopo la sconfitta storica di sei mesi fa, in cui è stata sconfitta l’opzione revisionista di una idea di partito di sinistra e di governo, lo sciopero del 17 sembra davvero essere aria nuova.
Come scritto nell’ultimo post, non credo che l’attacco alla scuola operato dalla Gelmini sia semplicemente finalizzato a dare una nuova, definitiva, spallata alla scuola pubblica. Non che gli interessi dei privati siano secondari, ma semplicemente è in gioco un disegno più grande, ovvero quello di cancellare quarant’anni di evoluzione della scuola, in particolare il sessantotto, e ritornare ad una scuola che esprima, come già suggerito nell’editoriale di Serra, ordine, semplicità, disciplina, obbedienza.
Questa riforma è più di ogni altra cosa la cifra programmatica del nuovo governo Berlusconi. Questo governo è molto più forte di quello della legislatura 2001-2006. Diverso è il ruolo delle sue forze in campo: sia per la fusione in corso di Forza Italia e AN; sia per la più forte presenza della Lega Nord, sia per l’assenza di un partito cattolico moderato. Ma soprattutto è più forte perchè il centrodestra ha una linea ideologica chiara: non è più a muoverlo un insieme di interessi economici spesso personali, ma sempre confusi, ma un desiderio chiaro di trasformare il Paese.
Ma come fa a vincere la sua idea di società? Certo è ben presente da 15 anni nella scena italiana, ormai il suo modello è chiaro anche ai più ciechi: individualismo, arrivismo, disprezzo delle regole, diritto di accaparrarsi la ricchezza pubblica, ma anche e soprattutto imporre l’idea che l’eguaglianza e la parità di diritti, il diritto alla discussione e alla critica siano soltanto una roba da “comunisti”.
Il suo capolavoro sta nell’aver trasformato ed esteso enormemente il concetto di “comunismo” (e quindi di matrice di tutti i mali della società) non solo ai suoi avversari, ma è riuscito a far passare per comunisti tutti quelli che si opponevano e si oppongono a questa idea di società egoista ed incivile, perfino gente conclamata di destra, come Travaglio e Di Pietro. Perfino Famiglia Cristiana. E’ riuscito ad ammorbare a tal punto il dibattito politico da rendere tabù e del tutto dissennata ogni forma di opposizione più forte di un lieve colpo di tosse.
Insomma, una idea politica del tutto e in tutto funzionale alle necessità ed i bisogni del nostro capitalismo straccione, debole e furbetto, ben rappresentato dalla cordata Cai che si è presa l’Alitalia.
Io penso che questa sia una resa dei conti tutta interna alla borghesia italiana, che ha deciso una volta per tutte di poter fare a meno di un’area politica moderata e liberale, ovvero dell’Italia dei Moro e dei Biagi, per intenderci, perchè tanto non servono più questi ferrivecchi contro i comunisti, quelli veri, che tanto non esistono più. Perchè tanto il Partito Democratico è parte della stessa banda, segue le stesse rotte, ha lobbies del tutto simili alle spalle. Perchè l’Arcobaleno è solo una accozzaglia di ceto politico unita dalla retorica bertinottiana del partito di lotta e di governo, cioè che fa casino in piazza ma poi in Parlamento vota missioni militari e tagli alle pensioni, e facendo così da ragione a Berlusconi.
Mi sembra evidente che sta tutto qui il segreto del successo di Berlusconi. Che nessuno dell’insieme di opposizioni che ha avuto in questi 15 anni è stata in grado di proporre una alternativa al “berlusconismo”, una vera alternativa ideologica e programmatica, ma anche una alternativa nelle pratiche. In altre parole, delegittimato il comunismo, anche nella sua salsa più democratica ed europea, quella berlingueriana, ad esso le sinistre (o i centrosinistri) non sono riuscite a sostituire una idea altrettanto convincente. Il vero problema è che sono stati accettati e fatti propri dalle sinistre i presupposti ideologici del berlusconismo, quelli del “si governa per 5 anni e solo dopo si valuta”, quelli per cui tutto il dibattito nazionale si riduce ad un salotto da Vespa, quelli per cui bloccare un treno o fare uno sciopero sono gesti da “irresponsabili”, quelli dove “si concerta tutto, anche il licenziamento di massa”.
Dopo aver accettato tutto questo con che faccia e su quali basi puoi proporre uno sciopero generale? Su quali basi puoi dire che vuoi rovesciare il tavolo sul quale ti sei seduto a mangiare anche tu? No sei costretto ad avvitarti ancora ed ancora nel binario che ti ha imposto il tuo avversario, dove immancabilmente vince sempre lui.
E’ evidente che l’unica alternativa che potrà mai svilupparsi al berlusconismo è quella che si fonda sull’idea di rifiutare regole e modalità dello scontro politico imposto dalle destre. Per questo mi sembra del tutto anacronistico e al più illusorio tornare a fondare o rifondare nuove o vecchie formazioni politiche senza prima aver sciolto una volta per tutte questo nodo.