Uno degli elementi dirompenti dell’entusiasmante dibattito che si sta aprendo nella sinistra EXTRA parlamentare, è il rispolvero di vecchie teorie e vecchi termini. Mi voglio soffermare in particolare su una delle coppie più antiche di reciproche e speculari accuse: estremisti contro opportunisti. Facciamo chiarezza, però sui termini.
L’estremista è il duro e puro, l’incapace di mediare tra principi assoluti e bisogni immediati, colui che non è capace di capire l’esigenze del compromesso, della piccola conquista contro l’utopia. L’opportunista è il venduto, disponibile a barattare qualche mero vantaggio immediato alla svendita di principi e conquiste fondamentali.
Comunque la si giri e rigiri, questi due cliché sono due facce della medesima medaglia, ed hanno un’origine comune: quello di essere strumenti per giustificare qualsiasi cosa, in un senso e nell’altro. Alleanze politiche, partecipazione a mobilitazioni, sostegno a determinate rivendicazioni, ma su tutto il rifiuto di rinunciare ad una virgola del proprio particolarismo. Non mi riferisco dunque soltanto alla politica nazionale (anzi per nulla!), ma a quella guerra di posizione e di calunnia che si sviluppa nel sottobosco dei movimenti, delle assemblee nei territori, nelle ancora piccole lotte in difesa anche dei più elementari diritti costituzionali, come il diritto all’istruzione o al salario. Piccoli nani dalla testa molto grossa sproloquiano parole nuove che sembrano appena aver imparato, ma col loro carisma da quattro soldi rischiano di fare a fette lotte fragili ma che possono diventare anche molto importanti.
In questa fase confusionaria dopotutto non c’è una scuola di movimenti a sei cifre adatta a selezionare gruppi dirigenti capaci.
Estremisti ed opportunisti ci sono, certo. Però l’abuso di questi archetipi è un sintomo evidente che gran parte della sinistra, anche e soprattutto nella base, ha perso un insieme di riferimenti e di paletti stabili, quelli cioè che possono permettere di avere un riscontro oggettivo di cosa è estremista, di cosa è opportunista, e di cosa non è nulla di tutto ciò.
Ecco, ora qui non si vuole provare a dare una risposta esaustiva che poi si finisce per fare il nano con la testa grossa, ma si vuole provare ad enunciare alcuni di questi paletti.
Il movimento per cambiare lo stato di cose presenti è qualcosa di reale. Semplicemente le cifre si sono ridotte. Ma non sarà mai una idea o ideologia alla quale la realtà dovrà conformarsi. Perdonate la citazione di Marx ed Engels. Ma non esiste nessun principio ineliminabile, soltanto un insieme di pratiche basate dall’esperienza reale e non sempre adattabili in qualsiasi situazione.
Nei movimenti, quelli reali e di massa, ci sarà sempre una avanguardia di coloro che chiederanno sempre “di più” rispetto a quanto si aspetta la media di chi ne fa parte. Ma ci sarà anche sempre una retroguardia di coloro che freneranno, che avranno timore, che saranno codardi. La parte difficile viene quando le forze si assottigliano, e da un giorno all’altro movimenti coesi cominciano a litigare. Vedasi il movimento contro la guerra del 2003 o quello dell’Onda dello scorso autunno.
Occorre inoltre sempre tenere ben presente la differenza tra riformismo e revisionismo. Il revisionista è colui che depotenzia oggettivamente il conflitto sociale quando esso è più forte, perché prima si pone alla sua testa come capopopolo e poi lo ferma esplicitamente in virtù del dialogo con il blocco sociale opposto. Il riformista fa la stessa cosa certo, ma quando il conflitto sociale è più debole, e quindi oggettivamente lo rafforza. Quindi il riscontro oggettivo non è un principio astratto, ma la sua declinazione con le condizioni reali del movimento. Il resto sono solo chiacchiere.
In politica contano i numeri. Se la tua proposta non raggiunge le masse non stai facendo politica, ma solo opinione. Come questo blog, ma con molta più arroganza. Se ad una manifestazione dalla quale ti sei autoescluso perchè copre solo il 50% dei tuoi obiettivi dichiarati raggiunge cinquantamila persone, non è che forse hai sbagliato qualcosa? Ma allo stesso tempo è importante non fare feticismo del numero: se il tuo presidio è pieno di gente ma anche di bandiere del PD non ti viene forse il dubbio che forse potevi alzare un po’ il tiro? O tanto per fare un altro simpatico esempio, se tutti quelli che ti sono intorno – tanti, certo, non lo mettiamo in dubbio- bevono birra e si fanno le canne non è che forse non stai dicendo un cazzo?
Qual è il numero minimo di persone coinvolte in un movimento reale per poter dire che non stai facendo più opinione ma un movimento reale? Non so quantificarlo, ma non è mettendo insieme duecento attivisti su base nazionale, non è qualche decina di migliaia di firme, mi duole dirlo, non è duemila copie vendute del tuo giornale. Non valgono i voti alle elezioni.
Ma in ultima analisi cosa non è opportunista? E cosa non è estremista? Tutto ciò che fa avanzare il movimento reale. Non degli amici della birra. Non degli antifascisti nostalgici. Non dei compagni duri e puri, che però non alzano il culo alle sei di mattina se fosse necessario. Lo dico senza retorica. E’ utile una lotta SE E SOLO SE costruisce e fabbrica nuovi militanti ed attivisti, anzi in questa fase una nuova generazione di militanti ed attivisti.
Pubblicato da anardur
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