Farc e rapimenti

Gennaio 7, 2008

Innanzitutto buon anno (e lunga pausa dal blog, per cause di forza maggiore).

Tra i molti temi del giorno di questo nuovo anno mi interessa pubblicare un link, relativo alla polemica tra l’associazione Nuova Colombia e Gennaro Carotenuto. Quest’ultimo è autore di un sito assai interessante, che si occupa tra le altre cose di America Latina. Insomma un sito di sinistra, sicuramente indipendente.

In questo post parliamo di un argomento caldo, le Farc. Va da sè che il sottoscritto pensa che l’accusa di terrorismo alle Farc è vacua, in quanto queste sono a tutti gli effetti una forza belligerante in un contesto di guerra civile, una forza che controlla militarmente una parte del territorio colombiano. Diventa fittizio definirla “terrorista” in un Paese dove sono presenti numerose forze paramilitari, dove la stessa opposizione civile è stata più volte stroncata nel sangue, in un Paese dove c’è il più alto numero di sindacalisti uccisi del mondo, dove il governo è una delle parti del conflitto esistente.

Va inoltre detto che in Italia esistono organizzazioni che in qualche modo si sono fatte portavoce delle istanze dei movimenti di lotta, bolivariani e non, in Colombia. Tra queste la più attiva e nota è l’associazione Nuova Colombia.

Ora come molti sapranno, le Farc tengono in Colombia 3 prigionieri allo scopo di uno scambio con altri ostaggi del governo colombiano di Uribe Velez. Ovviamente la stampa nostrana è da sempre schierata da una sola parte, quella filo americana, ma la realtà è assai differente.

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Quella qui riportata è la polemica che si è creata in questi giorni tra due concezioni della lotta delle Farc differenti, in particolare sulla loro tattica politica e militare in relazione alla liberazione di questi ostaggi. La polemica è nata da questo articolo di Carotenuto, a cui è seguita la risposta dell’associazione Nuova Colombia (tra i commenti dell’articolo), a cui (al momento attuale) è seguita la replica dello stesso Carotenuto.

Non ho ancora preso una posizione definitiva, anche perchè oggettivamente è difficile prendere una posizione, aldilà della simpatia e del sostegno ideologico. Certo, se fossi costretto a schierarmi, saprei dove schierarmi. Ma non sono costretto a schierarmi, e quindi devo ammettere che alcuni dubbi Carotenuto me li ispira (specie la replica).

Quel che mi rammarica è purtroppo il fatto che in Italia non esiste, a sinistra, un dibattito serio e partecipato su queste tematiche.


Sesso con Luttazzi

Dicembre 11, 2007

La sospensione della trasmissione di Luttazzi conferma come il sistema radiotelevisivo italiano, anche dove non sia direttamente legato alla galassia berlusconiana, è e resta rigidamente controllato da una censura politica ed ideologica di stampo reazionario.

Ingenuamente potremmo pensare che la trasmissione sia stata censurata per una battuta volgare, ma la scusa regge decisamente poco. Il perchè lo dice pure l’accusato: “quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira“.

Il primo vero problema è che Luttazzi non è per nulla “politicamente corretto” e questo lo rende una scomoda voce fuori dal coro. Per questo mi piace molto: le sue battute, anche quelle apparentemente più feroci e grossolane, sembrano seppellire con una risata il sempre più granitico pensiero unico di questi anni. Mi piace perchè rimette in discussione tutto, e da voce ad una parte del Paese che non ha voce. Luttazzi non è un rivoluzionario, lo sappiamo. E’ una di quelle persone però che ti fa comprendere chiaramente che la sua opposizione alla guerra, alla tv spazzatura, alle ideologie clericali, alle tav e così via, sono parte del tessuto connettivo di un Paese civile, prima che della sua parte più progressista.

Questo però non è comunque sufficiente. Ogni tanto capita perfino nella nostra televisione che spunti qualcuno “sopra le righe”. Ma di solito gli si da un po’ di minutaglia nelle ore notturne, e per conquistare la prima serata non deve mettere in discussione il sistema, cioè deve dimostrare di essere sostanzialmente innocuo. Così doveva succedere con Luttazzi.

Evidentemente però Luttazzi non è innocuo. Anche se l’hanno messo in seconda serata, pure di sabato sera su una televisione nazionale secondaria rispetto a Rai e Mediaset, è riuscito a conquistarsi due milioni e mezzo di spettatori. Troppo successo per una voce troppo fuori dal coro. Soprattutto quando a tre giorni dalla chiusura si viene a sapere dallo stesso Luttazzi che la prossima puntata sarebbe stata nientepopodimeno che sul Papa.

A conferma di questa tesi sta proprio nello schieramento bipartizan che ha omaggiato questa nuova censura, come ben scrive qui Vittorio Zucconi su Repubblica: “La libertà di opinione non è libertà di buttare merda su tutti.

Invece lo è, se è necessario.


Kilombo

Dicembre 5, 2007

Non siamo spariti. Anzi.

Questo blog è appena entrato nella galassia dell’aggregatore Kilombo. Una cosa positiva ed interessante, in particolare per il fatto che l’aggregatore segna nel bene (o nel male) un punto di riferimento per una sempre più ampia comunità in rete che si riconosce nei valori più ampi e condivisi della sinistra.

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Il nostro è un blog che esprime idee radicali: tra queste c’è quella di rifuggire la scorciatoia dell’estremismo e del settarismo. Non abbiamo nessuna intenzione di rinchiuderci su una torre d’avorio, ma è nostro desiderio confrontarci con l’esistente, con la realtà concreta che ci circonda. Anche e soprattutto per rifiutarla e criticarla, rispettando distanze e differenze, ideologiche e politiche. In altre parole, non ci sembra giusto privare Kilombo di una voce a sinistra. Perchè le voci a sinistra sono sempre necessarie, mai sufficienti.

La nostra resterà sempre aperta in direzione anticapitalista, antimperialista ed antirazzista.


C’era una volta Indymedia…

Ottobre 4, 2007

Una premessa. Internet almeno in teoria mostra un enorme potenziale come strumento di controinformazione ed organizzazione dal basso. In questo senso Internet può assumere la forma di un intellettuale collettivo.

La vera sfida per le sinistre su Internet è quella di individuare canali non solo per esprimere idee, ma permettere una partecipazione usabile alla comunicazione e l’informazione, senza perdersi dove il tanto diventa troppo, senza alcun vantaggio collettivo. Il problema è capire come trasformare questa quantità in qualità.

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Un laboratorio reale dove sperimentare alcune forme di partecipazione è esistito, almeno in Italia. Parliamo di Indymedia, il primo network di massa indipendente. Nonostante sia sempre stata infestata da troll, spammer ed hack lab, Indymedia è stato in Italia un potente strumento per condividere e diffondere appelli, comunicati, notizie, appuntamenti e qualsiasi altro tipo di comunicazioni. Il suo newswire, strumento realmente a disposizione di tutti, era una miniera di informazioni, altrimenti difficili da reperire. Chiunque, anche anonimo, poteva inserire un “post” oppure un evento. Indymedia quindi esplicava la sua duplice funzione sia come blog sia come strumento di comunicazione ed organizzazione: dai propri sfoghi personali ai comunicati per il proprio gruppo di attivisti/militanti, con il vantaggio di avere subito parecchie migliaia di visite e creare dibattito.

Tra i molti difetti, Indymedia aveva infatti alcuni sostanziali pregi. Prima di tutto era un sito schierato, talmente schierato da essere voce di tutta una sinistra che oggi si ritrova senza voce, sparsa in centinaia di siti, blog e spazi di informazione che stentano a produrre in rete un ampio dibattito politico, soprattutto tra realtà disomogenee e geograficamente lontane. Inoltre era un sito di massa, aperto ai non attivisti. Pensiamo al contributo dato dalle giornate di Genova in avanti, sulla guerra in Iraq e tutte le mobilitazioni di questi anni, dalle lotte di Scanzano alle mobilitazioni in Valsusa contro la TAV. La reale indipendenza di Indymedia la possiamo misurare proprio nel fatto che ha reso possibile o quantomeno ha contribuito alla costruzione di lotte anche in assenza di grandi organizzazioni nazionali a sostegno.

Non vogliamo entrare per ora nelle ragioni che hanno portato alla chiusura (temporanea?) di Indymedia, ma riflettere sui loro effetti. Ma troviamo sicuramente curioso che Indy sia stata chiusa proprio al termine della grande stagione di movimenti, proprio quando alcune tra le principali forze che ne avevano tratto vantaggio sono finite nella compagine di governo.

Vogliamo concludere questo post con alcune domande: Indymedia poteva diventare un canale di opposizione nei confronti della sinistra di governo? Un altro strumento di mobilitazione contro il duopolio politico di centrodestra-centrosinistra? Oggettivamente, le sinistre antagoniste, ci sembrano indebolite dall’assenza di Indy?