Il cielo di febbraio

Febbraio 22, 2008

Il cielo di febbraio è un cielo imperialista. Nel silenzio più assordante delle sinistre pacifiste.

L’arcobaleno afghano. Al via il rinnovo del finanziamento alle missioni militari. Ricordiamoci, il 13 aprile, dei voti favorevoli in questa legislatura della cosiddetta sinistra arcobaleno, quella che 3 anni fa sfilava contro la guerra “senza se e senza ma”. Con la solita buona dose di cinismo i non violenti sosterranno -stavolta nudi come vermi- l’occupazione armata di Afghanistan, Kosovo, Libano, ed eviteranno di spiegare le ragioni reali dell’imperialismo italiano.

Dalla padella alla brace. Il Kosovo si eteroproclama (la dichiarazione è stata redatta a Berlino, Parigi, Roma e Washington) repubblica indipendente: subito la Nato manda una forza armata di stampo neocoloniale a difendere la “libertà” kosovara. Scenari da guerra fredda, con l’indurimento dei rapporti tra Russia e Nato, la necessità per la UE di un predominio assoluto sulle economie e la forza lavoro dei balcani, ed infine il desiderio italiano di vedere finalmente un corridoio di comunicazione di merci ed energia dal Mar Nero all’Adriatico. La presunta indipendenza del Kosovo in realtà consiste semplicemente in un cambio di padrone.

Vicenza. Il 17 febbraio c’è stata la ricorrenza della grande manifestazione dello scorso anno. Le cose però sono cambiate: il movimento No Dal Molin prima è stato oscurato dai mass media, e ora il movimento sta venendo criminalizzato.

Euskadi. A proposito di criminalizzazione, nei Paesi Baschi pressochè tutti i partiti indipendentisti sono stati messi fuori legge, i loro dirigenti incarcerati, la loro possibilità di partecipare alle prossime elezioni cancellata.

Medio Oriente. Il blog ricorda la morte di Stefano Chiarini, grande sostenitore della causa palestinese, scomparso esattamente un anno fa. Nel frattempo la lotta per l’autodeterminazione palestinese compie 60 anni esatti. E’ da registrare l’assenza, oggi, di una sinistra palestinese che sostenga non solo l’autodeterminazione, ma anche l’autonomia di classe dei lavoratori arabi e la loro unità con i lavoratori israeliani, contro le rispettive borghesie, contro l’imperialismo americano ed europeo. Senza di questa, l’estremismo islamico sembra essere l’unica speranza per milioni di arabi senza alternative.

Il dittatore anziano. Una critica che ho sempre fatto a Cuba è stata quella di non aver saputo rinnovare il suo gruppo dirigente, a cominciare dal suo lider maximo. Oggi però occorre rendere i giusti meriti a Fidel Castro, che ha saputo consolidare la trasformazione di una semplice colonia in un Paese con una dignità sociale tra le più grandi del mondo. Tanto da paragonarlo, nonostante l’embargo USA, alla Grecia o al Portogallo. Questo anziano dittatore ha fatto tanti errori nella sua vita di statista, e non sempre ha saputo mantenere alta quella bandiera della falce e martello. Eppure occorre dargli merito di non aver svenduto Cuba all’imperialismo, mantenendo viva la speranza di milioni di persone in tutto il mondo.

occhiolinofidel.jpg

In un mondo sempre più cinico, sembra che anche quella si stia ritirando dalla vita pubblica.


White America

Febbraio 11, 2008

A prima vista può sembrare una grande novità che alla Casa Bianca arriverà a concorrere sicuramente o una donna o, addirittura, un nero. Ma dopo Bush, nulla sembra poi così incredibile.

bush.jpg

Facciamo un passo indietro. Per l’economia americana la guerra in Iraq è stata complessivamente un buon affare: la sua economia stagnante si è ripresa, grazie alle commesse di guerra, gli investimenti e il rilancio dei settori trainanti dell’industria. Una pioggia d’oro per le classi dirigenti americane, che hanno potuto rilanciare in tutto il globo la leadership dell’imperialismo americano, annichilire quello europeo, contenere l’espansione cinese.

Tuttavia cinque anni di conflitto sono una enormità, a cominciare dal costo in termini di vite umane (un milione di morti). Quel che sembra cambiato è proprio il clima politico globale. Dal 2001 ad oggi è crollata la credibilità degli americani come portatori di pace e democrazia. E’ stata invece dimostrata la loro incapacità di rimettere ordine a conflitti regionali. Ormai si fa strada globalmente una nuova e diversa percezione delle periferie del mondo, in chiave antiamericana, a partire dalle masse arabe e quelle latinoamericane, che vedono il modello americano non più come di emancipazione, ma di sopraffazione.

In ogni caso viene globalmente rimessa in discussione la leadership americana, sia dagli stati canaglia (Iran e Venezuela), che dagli “ex amici” (Russia) che dai concorrenti emergenti (Cina ed India). Il pantano iracheno è stato, prima ancora che militarmente, la distruzione di un mito ideologico, quello di un nuovo ordine mondiale.

Infine dopo cinque anni di conflitto ciò che sembra essere cambiata è la consapevolezza delle masse americane. Finalmente la guerra in Iraq comincia a porre seri interrogativi nella popolazione nonostante la martellante campagna post 11 settembre. Le bare dei soldati, le carceri di Abu Ghraib, l’assenza di una data certa al termine del conflitto sono comunque soltanto una parte del problema. Dall’altra c’è la stasi economica, i licenziamenti di massa, la sempre più gravosa situazione sanitaria e l’impoverimento generale delle masse americane che sembrano aver portato nuovi livelli di consapevolezza negli strati bassi della popolazione.

Ciò che colpisce infatti del confronto tra Hillary e Obama è la grande partecipazione al voto, specie per questo outsider. Pur essendo entrambi parte integrante del sistema politico americano, fatto di lobby, di finanziamenti da milioni di dollari, di una borghesia liberal, ma sempre borghesia, verso Obama si avvicinano tutti quei settori popolari che prima erano stati esclusi dalla partecipazione politica. Ciò che emerge, inoltre, è un grande desiderio di cambiamento, proprio da parte dei settori più giovani della società e di quelle comunità storicamente più escluse dalla partecipazione alla politica.

Entrambi questi elementi sono sicuramente interessanti e mostrano che qualcosa si muove nella società americana, nella “White America” che pure sembrava sorda a qualsiasi cambiamento, dopo la schiacciante vittoria dei repubblicani nel 2004.


Uno sforzo di ricomposizione

Gennaio 25, 2008

Indipendentemente dalle sorti di questo governo, è indubbio che una determinata fase abbia raggiunto il suo compimento. Il risultato più evidente è la situazione di forte impoverimento dei lavoratori in Italia, come già descritto in questo blog e che confermano documenti come il recente rapporto di Confcommercio. Ancora meglio questo articolo di Repubblica.

Come si è arrivati a questa situazione? Manovre speculative? Tasse troppo alte? No, ovviamente. Più complessivamente l’ultimo quindicennio è stato segnato da un insieme di fenomeni di ristrutturazione e riorganizzazione del capitalismo italiano. Vediamone alcuni.

1) La guerra (iraq, libano, afghanistan, kosovo) e la costruzione di grandi infrastrutture (autostrade, tav, ferrovie, alitalia, ecc.), hanno stornato immensi capitali pubblici senza produrre sviluppo: hanno invece alimentato un intero sistema di interessi e poteri forti. Nello stesso tempo la spesa sociale e per lo sviluppo del mezzogiorno ha subito una battuta d’arresto.

300px-fs_etr500-brandav.jpg

2) La privatizzazione e la cartolarizzazione di molte aziende pubbliche, unita alla crisi strutturale del sistema industriale hanno permesso di consolidare nel Paese un potentissimo sistema bancario, la cui unificazione in quattro-cinque grandi gruppi ha di fatto concentrato in poche mani l’intero sistema produttivo.

3) La contemporanea trasformazione dei grandi poli industriali ha portato al ridimensionamento delle più grandi aziende, e la creazione di una cintura grigia di lavoro flessibile: la permanente precarietà ha prodotto un nuovo ceto di lavoratori maggiormente ricattabili e mal pagati in tutti i settori produttivi.

4) Il carattere strutturale dell’immigrazione in Italia sta producendo una componente ormai centrale della classe lavoratrice, proveniente tuttavia da condizioni storiche e sociali profondamente differenti da quella del proletariato italiano, sfruttata ed esclusa dalla partecipazione alla vita del Paese, che permette manodopera flessibile ed a bassissimo costo.

5) Il rafforzamento di un monopolio culturale ed informativo in poche mani di fatto controlla l’opinione delle più grandi masse di lavoratori secondo un pensiero unico, e li condiziona al punto che perfino le deboli forme di opposizione spontanea sono controllate e gestite secondo meccanismi di qualunquismo e demagogia spicciola, o peggio, finiscono per alimentare bande neofasciste in costante crescita.

E’ abbastanza chiaro che tutto questo, ed altro ancora, segue nella sostanza un piano di riorganizzazione del capitalismo italiano, verso nuove forme di rapporto tra le classi sociali, con finalità che certamente non sono frutto della casualità o della sola crisi. Nessun complotto: è tutto sotto i nostri occhi.

Ogni governo, dunque, rappresenta indubbiamente determinati rapporti di forza esistenti tra i vari ceti possidenti, i partiti, le organizzazioni di massa. Ma certamente finora tutti i governi hanno seguito ed interpretato coerentemente le linee guida suddette, dimostrando la continuità e l’organicità di un progetto complessivo.

Il vero problema, perciò, non è chi governa, ma che opposizione costruire. Ma prima ancora, la debolezza resta sul piano dell’analisi e della teoria, nel non essere in grado di riproporre le nuove contraddizioni in termini di contro informazione, e riorganizzazione dei lavoratori e delle più grandi masse.

Per ora, dunque questi sono solo pensieri in apnea, in attesa di risalire.


Il cielo di gennaio

Gennaio 16, 2008

Anche il cielo di gennaio è terribile. E’ un tempo segnato dal silenzio e dalla ferocia.

Medio Oriente. Le minacce sempre maggiori all’Iran oggi non sono più nemmeno mascherate dietro ad una presunta minaccia nucleare. Ora che si avvicina la fine del mandato di Bush, mentre l’occupazione dell’Iraq è sempre più impantanata, l’imperialismo americano sembra essere ormai vicino ad una svolta. Guerra all’Iran o ritiro delle truppe? Altro che confronto tra Hillary Clinton e Obama…

Monnezza e MassMedia. Come al solito il sistema di informazione italiano ha un’unica voce, quella del padrone naturalmente. Noi vediamo l’esasperazione dei cittadini, dei lavoratori campani che non sopportano più una situazione inostenibile. Loro ci parlano di “scontri isolati” di “frange di estremisti e tifosi alleati con la camorra contro lo Stato”. Sono talmente preoccupati per “l’immagine dell’Italia all’estero” da dimenticare quella dello Stato nei confronti dei suoi cittadini.

Monnezza e business. La verità che emerge è il business della spazzatura, in particolare quello degli inceneritori, chiamati ipocritamente “termovalorizzatori”. Per quanto l’i mezzi tecnici e soprattutto l’ipocrisia possano fare miracoli, restano sempre dei sistemi per bruciare la spazzatura, inquinanti e pericolosi per l’ambiente, ma economicamente assai remunerativi. Talvolta viene da pensare che questa degenerazione sia stata intenzionale, proprio per riproporre a livello nazionale la geniale idea di … bruciare i rifiuti. Ovviamente privatizzandone la gestione.

1976. Si scopre soltanto ora che esistevano piani eversivi anticomunisti della Gran Bretagna e degli USA. Strano. Eppure se ne era sentito già parlare, non ricordo dove. Forse a Bologna, nel 1980.

Contratti. La verità è che con 1100 euro si fa fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese. Questa realtà viene sistematicamente negata da padronato, istituzioni, sindacati, mass media, nonostante la sua enormità. Non solo, ma il salario perde costantemente potere d’acquisto. Per questo, la lotta per il rinnovo del contratto può al massimo limitare i danni: i pochi euro di aumento promessi non recupereranno le perdite degli anni precedenti. Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: lavorare per, anzi costruire una lotta che abbia come principale fine non solo il rinnovo del contratto, ma anche il ripristino della scala mobile, l’unico meccanismo reale di tenuta dei salari rispetto ai prezzi. Insieme alla garanzia di un reddito sicuro per 5 milioni di precari.

0002.jpg

19 gennaio. A Torino ci sarà una manifestazione antifascista e antirazzista: Viviamo tempi terribili. Tempi segnati dal silenzio e dalla ferocia. Probabilmente non sarà un gran successo, sia per il boicottaggio della sinistra di governo, sia per le divisioni settarie che alimentano le sinistre extraparlamentari. Ma se questi sono tempi segnati dal silenzio e dalla ferocia, forse una partecipazione o almeno una adesione non sarebbe una pessima idea.


Ostaggi liberati

Gennaio 11, 2008

Questo post è una prosecuzione di quello di qualche giorno fa.

Le Farc hanno unilateralmente liberato Clara Rojas e Consuel de Perdomo, detenute da diversi anni. Perchè è importante tutto questo?

Qualche giorno fa scrivevo della polemica tra Carotenuto e l’associazione Nuova Colombia. Ora Nuova Colombia ha pubblicato sulla sua newsletter (ma ancora non su web e quindi non linkabile) una replica non solo a Carotenuto, ma soprattutto a Piccoli del Manifesto, che in un articolo esprime una serie di pesanti accuse alle Farc. Anche senza riportare questa replica (sta ovviamente a quelli di Nuova Colombia pubblicare il comunicato completo), devo dire che ho trovato l’articolo di Piccoli particolarmente fazioso e privo di prove rispetto ad alcune delle più pesanti accuse, come quella di torture ai bambini.

Resta innegabile il fatto che sebbene errori possano essere stati commessi dalle Farc (ma certo sembra davvero esagerato parlare di tortura ai bambini), è ancora più grave che una certa stampa di sinistra che critica le Farc per essere in guerra (contro chi? perchè?), non ha poi alcun scrupolo a sostenere un governo di guerra come quello italiano (anche qui, contro chi e perchè?).

Ma torniamo alla Colombia. Perchè è importante la liberazione degli ostaggi? Perchè la considerazione politica che se ne trae è che le Farc ci tengano a questo processo di pace: il rilascio unilaterale ci mostra la loro disponibilità. In secondo luogo ne esce rafforzata la figura di Chavez come mediatore, non solo a livello internazionale, ma anche tra le masse latinoamericane e non solo. Siccome Chavez non è un “terzo neutrale” (come peraltro non lo è Sarkozy), emerge con evidenza un tentativo delle forze bolivariane in particolare, ma che comunque comprende anche Cuba, di trovare una soluzione al conflitto nazionale colombiano. Questo conflitto, va ricordato, trae le sue origini da una borghesia che basa la sua forza sullo sfruttamento basato sulla violenza, sul narco traffico, sui paramilitari: un conflitto che ha assunto numerose forme, dalla lotta dei sindacalisti alla guerriglia delle Farc.

farc12l.jpg
Un tentativo regionale di trovare una soluzione a questo conflitto è figlio di una visione dell’America latina come un’unica grande nazione non divisa da confini statuali imposti dalle rispettive borghesie. E’ proprio questa visione, questo fine di lungo corso ad essere pericoloso per i governi imperialisti, USA, Spagna e Francia in primis, e che costituisce davvero un tentativo concreto non tanto di rafforzamento di una borghesia locale - seppure presente e sicuramente pericolosa - ma di emancipazione propria delle masse latinoamericane.

Restiamo “sintonizzati” su questo canale.