Cachemire
Aprile 24, 2008Cara Rifondazione,
benvenuta anche tu nel club della Sinistra extraparlamentare. Ho letto che hai perso il tuo leader maximo.
Ma non ne devi sentire la mancanza.
Chi è stato Fausto Bertinotti? Certamente ha avuto grandi qualità: trascinatore carismatico, con una ottima dialettica, e soprattutto la capacità di superare l’apatia, anzi il grigiore dei dirigenti precedenti (Cossutta e Garavini).
Ma che partito andava a dirigere, nel 1995, quando appena iscritto venne eletto segretario del Prc? Un partito giovane, con forti contraddizioni al suo interno tra una componente di base (assai entusiasta perchè il Prc era diventato la casa di tutti i comunisti pronti a reagire al crollo del Muro), ed una dirigenza vecchia (ancorata ancora ai paradigmi del vecchio PCI).
Era quella l’epoca di fase ascendente delle lotte, quella della critica all’imperialismo americano, ma anche dei movimenti nelle scuole e della formazione dei Cobas nelle grandi fabbriche, della rinascita su scala nazionale di movimenti di lotta per l’ambiente, per il territorio, per la legalità. Rifondazione comunista era -grazie ai suoi militanti- dentro tutto questo, ed era il partito che indirettamente rendeva tutto questo possibile, attraverso la rete costituita proprio dalle sue strutture interne (le federazioni, i circoli, ecc.). Certo, il problema era che spesso Rifondazione si accodava alle lotte, più che spingerle e rafforzarle.
In questo contesto, Bertinotti prende il mano il partito, ne svecchia il modus operandi con il suo decisionismo, e con la sua efficace dialettica e la sua capacità come oratore. In ogni contesto è a suo agio, in ogni ambito spende parole di incoraggiamento, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle istituzioni. Poi spiazza tutti e chiude un accordo di desistenza con Prodi, e sfruttando la minaccia di Berlusconi conquista alle elezioni uno storico 8 per cento, nel 1996.
L’accordo di centrosinistra fu una delusione per alcuni, ma una speranza per molti altri. Ma aldià di ciò questa alleanza mise in luce la vera contraddizione reale del Prc. Essa viene per la prima volta teorizzata dallo stesso Bertinotti: per lui esiste un partito degli eletti, un partito degli elettori ed un partito della “base”. I primi ed i secondi spingono per una coalizione con il centrosinistra. I terzi sono quelli che effettivamente costituiscono l’ossatura del partito, e per formazione ed esperienza sono per costruire un partito di opposizione. Dopotutto sulla tessera del partito c’è ancora scritto in modo chiaro che “il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti“. Sarà infatti il sempre maggiore malumore interno al partito a mettere in crisi lo stesso Bertinotti, e a far uscire il Prc dalla maggioranza. Ci fu una scissione, ma Bertinotti si salvò.
Bertinotti fece buon viso a cattivo gioco. Ma tutta la sua opera successiva sarà direzionata allo smantellamento di questa base ed alla costruzione di un legame diretto tra gruppo dirigente ed elettorato.
La manifestazione di Seattle ed il movimento contro la globalizzazione diventerà famoso poco dopo, e Bertinotti diventerà immediatamente no global, ed userà il movimentismo come una leva per fare a pezzi l’ossatura del partito. Nell’arco di tre anni la direzione del partito, con repentine mosse di carattere ideologico, senza congressi, senza discussioni, fa sue tutte le assunzioni più generiche e qualunquiste dei vari movimenti di lotta che si susseguivano in Europa e nel mondo. Rifondazione diventa quindi zapatista e rebelde, e comincia a boicottare mc donald’s e coca cola. Poi scompare la teoria sull’imperialismo, perchè il problema è la globalizzazione e i centri di potere governati da una presunta “anonima capitalistica” sovranazionale. Si arriva a concetti del tutto sconclusionati come il salario di cittadinanza o proposte neokeynesiane come la Tobin Tax. Poi comincia la fase disobbediente, in cui tutti diventano disobbedienti, non si sa bene a cosa, ma fa tendenza.
L’obiettivo reale è chiaramente quello di spazzare via i risultati di un secolo e mezzo di analisi teorica ed esperienza politica che erano state il bagaglio, anzi la cassetta degli attrezzi dei comunisti. Confondendo le acque e parlando di rinnovamento, in realtà si faceva a pezzi il vecchio sostituendo a questo il nulla cosmico. Ma si otteneva anche l’obiettivo di mettere in discussione una struttura partito che bene o male aveva una sua utilità.
Per ottenere questo Bertinotti rinnova prima l’organizzazione giovanile del partito, separandola e facendola diventare un laboratorio di sperimentazione politica delle tendenze del movimento e di formazione di un gruppo dirigente fedele. Poi pian piano vengono sostituiti tutti i quadri di medio livello, per sostituirli con questi ragazzini impreparati, che non hanno mai visto una fabbrica, incapaci di gestire un confronto reale, una lotta di lungo periodo, perfino gestire una piazza. Tutto diventò lecito per questo obiettivo: le analisi ed i documenti da votare nei vari livelli di autogoverno del partito diventano inemendabili, gli organismi di autogoverno diventano pletorici (mentre le segreterie diventano i veri organi dirigenti), si arrivò infine al frazionismo più puro (riunioni segrete di maggioranza, e riunioni segrete della maggioranza della maggioranza, e via andare) ed allo svuotamento delle sedi di partito, per fare le famose assemblee di movimento, dove intervenivano in cento poi non si decideva mai nulla.
Le opposizioni interne non compresero. Abituate ad una dialettica di scontro politico tutta interna al partito, erano comprimarie in un processo politico di più vasta portata. Esse pensavano che in discussione fosse la linea del partito, ed al massimo la sua strutturazione in correnti, la forma in cui esso si sviluppava. La strategia di Bertinotti era invece quella di mettere insieme un partito leggero, fatto da funzionari e pochi militanti, e legato al centrosinistra ad una partecipazione ad un governo con il centrosinistra. Il movimento doveva essere di opinione ed esterno al partito. In questo senso sono sempre state spiazzate dalle manovre bertinottiane, arrivando sempre in ritardo a comprenderne obiettivi e strategia.
Il movimento cresceva, specie dopo Genova, ma il partito restava al palo, e smantellava quanto costruiva. Per comprendere la paradossalità della situazione, mentre il Paese cominciava a sentire l’impoverimento, lo smantellamento di molti servizi sociali, la precarietà crescente, Rifondazione comunista spendeva tempo e denaro per finanziare campagne sulla tobin tax o sugli hamburger di McDonald’s. Mentre Bertinotti ed i suoi spingevano per “diluirsi” nei movimenti, per “agire” la politica, per “camminare domandando”, il partito si svuotava, dimezzando gli iscritti del ‘96. Che senso aveva restare in un partito, se c’erano i movimenti?
Poi venne la guerra in Iraq ed si fece sentire il nuovo governo Berlusconi. CI furono le ultime fiammate di un movimento si fortissimo, ma costruito più sull’entusiasmo che su un programma di rinnovamento reale della società. Un movimento in mano ai pochi che avevano la forza di convocare grandi eventi, e di agitare una retorica sempre più artificiosa e vuota.
Bertinotti in quegli anni divenne abile per i suoi “colpi di coda”: ogni sei mesi la linea del partito cambiava repentinamente, e così l’atteggiamento di tutto l’apparato da lui costruito. Nell’arco di un anno vennero scaricati pezzi di movimento, come il forte gruppo dei Disobbedienti di Casarini, mentre Rifondazione cominciava a riallinearsi alla nuova situazione politica nazionale. Il frutto era maturo.
Il 2003 si può ricordare come l’anno della manifestazione più imponente della storia italiana, quella del 15 febbraio, e dell’ultima lotta di estensione dei diritti, quella per il referendum per l’estensione dell’articolo 18, in cui il Prc potè dimostrare tutta la sua forza, conquistando un onorevole 25%.
Ma Bertinotti, con il suo colpo di coda più famoso, portò in dote questa forza siglando un accordo che avrebbe dato vita all’Unione. Il Prc rientrava in modo acritico nel centrosinistra, con un ruolo di governo, con posizioni assai più moderate, cancellando in un sol colpo 5 anni di lotte ed opposizione ed una scissione. Il movimento era finito, perchè il suo principale sostenitore si toglieva dalle lotte e rientrava nel centrosinistra.
Il congresso del 2005 a Venezia fece a pezzi il partito, ne snaturò la ragione di esistenza. Il suo carisma personale dentro il partito e fuori raggiunse i più alti risultati, al punto che la sua mozione non presentò nemmeno un programma, ma soltanto 15 tesi. Il successo di Bertinotti fu gigantesco, aldilà del 60% di voti congressuali, perchè di fatto riuscì a ribaltare la caduta del governo del ‘98 e 7 anni di opposizione.
I risultati si sarebbero poi visti nel futuro governo Prodi, prima sottoscrivendo un programma estremamente moderato. E poi votando in Parlamento provvedimenti incredibili come il sostegno alle missioni militari all’estero. Ma quel congresso produsse anche delle correnti di minoranza che accettarono quel terreno di scontro, quella situazione incancrenita.
Bertinotti ha rimodulato il partito: lo ha reso leggero, lo ha reso un comitato di dirigenti e di funzionari. Ha pensato che la base fosse non necessaria, mentre essa è indispensabile per costruirsi, a sinistra, una vera adesione popolare. Questo si è dimostrato falso: un partito di sinistra può ottenere consenso solo se c’è un legame tra idea ed azione. Occorre pensare alle masse come ad un terreno da dissodare in continuazione, con una presenza costante, continuativa e coerente. I risultati politici ed elettorali arrivano soltanto dopo anni di lavoro. Questo concetto, centrale nella storia del movimento operaio, è stato ampiamente aggirato da Bertinotti, che ha pensato di poter costruire una sinistra fondata sulle opinioni, sul suo carisma personale, e su una partecipazione al potere come tendenza di sinistra. Ma perfino nel perseguire il suo obiettivo, ha fallito.
Bertinotti ha reso il Prc inutile in Parlamento e fuori, perchè lo ha aggregato al carrozzone dell’alternanza dei due poli. Ma non solo, ha cercato di fondere il Prc ad esperienze differenti, dimostrando solo con evidenza che un partito senza base, senza una presenza reale nei territori, senza un progetto credibile, è solo “ceto politico”.
Bertinotti è il principale responsabile, insieme alla direzione del Prc, di una sconfitta epocale, che cancella venti anni di opposizione di sinistra nel Paese, e costringe a rifare tutto da capo.
Ricordiamocelo, negli anni a venire.

Pubblicato da anardur




