Frecce tricolori

Marzo 28, 2008

Nel capitalismo moderno la ricchezza producibile da un sistema economico dipende essenzialmente sia dalla sua capacità industriale, ovvero produttiva, sia dalla disponibilità immediata di ingenti quantità di capitali. Se un sistema-Paese ha poche risorse industriali e finanziarie, risente in maniera assai maggiore di una eventuale crisi economica internazionale, un fenomeno ciclico tipico del capitalismo.

Nella fase più acuta di questa crisi, la debolezza del particolarismo italiano è stata particolarmente evidente: questo perchè l’economia italiana è basata sulla piccola e media impresa, su piccole fabbriche, mentre il grosso dei (pochi) capitali è gestito da un numero relativamente piccolo di soggetti, in particolare le banche. Ne esce fuori l’incapacità a contenere la crisi sia sul piano produttivo sia sul piano finanziario, a differenza di altri Paesi, come Francia e Germania.

Per uscire dalla crisi le classi dirigenti ed il governo hanno tentato di farla pagare ai lavoratori, con il risultato devastante che sta davanti ai nostri occhi: una precarietà dilagante, fenomeni di nuova povertà, ed un Paese coi salari ed il livello medio di vita tra i più bassi d’Europa.

Tuttavia la “cura” non ha risolto il problema di fondo, ovvero la debolezza industriale italiana. Di conseguenza si sta rivelando necessario tagliare tutto ciò che ha dimostrato di essere un investimento sbagliato. Alitalia è semplicemente il caso eclatante, in quanto è una realtà industriale sovradimensionata rispetto al mercato italiano, costata parecchi miliardi di euro, ed oggi paga decenni di errori di una gestione clientelare. Tanto per capire bene, è sufficiente osservare tra i tanti l’investimento di Malpensa, una autentica cattedrale nel deserto, assolutamente inutile come secondo aeroporto intercontinentale italiano. L’investimento di Malpensa peraltro ha messo a nudo come vengono investiti i capitali in Italia: ovvero per alimentare un sistema di interessi, di clientelismi e di finanzieri senza scrupoli che tuttavia dimostra costantemente che non è in grado di produrre vera ricchezza. Un caso in ottima compagnia con progetti tanto faraonici quanto inutili, come il Ponte di Messina (6 miliardi), la TAV (12 miliardi), o i cacciabombardieri F35 (15 miliardi).

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Eccola, la “grandeur” del piccolo capitalismo con le pezze nel sedere. Quella che porta dritta dritta ai lavoratori cassa integrati e licenziati.

Tutti questi fatti non sono certo l’invenzione di questo blog, ma il risultato di un intenso lavoro di analisi e denuncia del sindacalismo di base, che pur nella sua debolezza è impegnato in prima linea in molte delle più grandi battaglie per una difesa del territorio e dei lavoratori.

Peccato che a questo non corrisponda una forza politica di sinistra conseguente, che si occupi meno di sviluppare parole d’ordine di bottega dal forte sapore ideologico (”mai compromessi con la guerra”, “rilanciare il movimento di Genova”, “per un governo dei lavoratori”) e di più a rilanciare una concreta pratica quotidiana che parte da una analisi approfondita della realtà presente e cerca effettivamente la ricostruzione di un tessuto politico connettivo anticapitalista.


La questione fiscale

Marzo 5, 2008

Prendiamo la classe media. Questo strato sociale, cresciuto negli anni ruggenti del governo Berlusconi a suon di condoni e speculazioni, complice una politica economica generosa, è stato in parte colpito dalla rimodulazione della pressione fiscale e la lotta all’evasione fatte da Prodi, che hanno evidenziato l’esigenza di far pagare un prezzo della crisi anche al ceto medio. Il governo tuttavia è caduto, dimostrando l’esistenza di uno scontro dall’esito non scontato.

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La politica fiscale prodiana non è stata a favore dei lavoratori. Il denaro raccolto è stato infatti utilizzato per finanziare la grande borghesia. Non ci sono stati vantaggi per operai ed impiegati, ma solo un crescente contrasto tra pezzi di borghesia. E difatti, la questione delle tasse è diventata terreno di scontro in queste elezioni, in cui viene agitato lo spettro dell’eccessiva pressione fiscale, e vengono promessi da tutti tagli delle imposte.

Diciamolo chiaramente: la questione fiscale così come viene posta oggi è fittizia per i lavoratori. Non trarranno alcun vantaggio dal taglio delle tasse (PDL) o dalla lotta all’evasione (PD). Ciò che il governo ridarà con una mano, lo toglierà con l’altra. Il lavoratore grazie ad un fisco sempre più indiretto (costi dei servizi pubblici come sanità ed istruzione, imposte indirette sui consumi a loro volta soggetti all’inflazione) riceve una estorsione sempre maggiore del suo reddito a parità di servizi. Il sistema fiscale italiano è dunque sempre più un sistema di tassazione di classe, dietro un paravento fittizio di tassazione progressiva.

Occorre una rivendicazione forte ed opposta alla tendenza in atto, che superi la logica oggi imposta culturalmente. L’obiettivo perciò non può essere quello di tornare a riproporre il solito confronto tra stato sociale forte e sistema liberale leggero, ma mettere in luce la contraddizione esistente, ovvero che non esistono equilibri tra un fisco “equo” e un servizio pubblico che possano soddisfare tutte le classi sociali.

Questo è tanto più vero in fase di crisi economica, dove la politica fiscale è uno strumento utilizzato da una classe sulle altre per rafforzarsi e determinare una uscita dalla crisi stessa, facendo pagare la crisi ai settori sociali più deboli.

Per fare emergere questa contraddizione occorre fare una proposta chiara ed efficace: 1) detassazione dei servizi pubblici, 2) eliminazione delle imposte indirette, 3) istituzione di una imposta sulla grande proprietà.

Il valore reale di questa rivendicazione sta proprio nello smascheramento di quali siano i reali interessi in gioco quando si parla di tasse. Via il ticket sanitario, via le tasse scolastiche, via l’IVA. Sostituirle con piccole ma determinanti imposte sulle grandi proprietà immobiliari e sulle rendite finanziarie. Qualunque lavoratore potrà essere d’accordo che questo è si veramente un taglio delle tasse, senza costi. E si renderà subito conto di come i suoi interessi concreti siano differenti da quelli dell’immobiliarista.

Ma aldilà di ciò, deve essere questa la linea di proposizione politica che dovrebbe avere una forza politica anticapitalista: quella di fare rivendicazioni che aprano le gigantesche contraddizioni esistenti, non solo proposte di riforma sociale.


La “sacra” famiglia

Febbraio 20, 2008

Umilmente e pacatamente i preti (e Ferrara, le destre, ecc.) chiedono di “modificarla”, non avendo ancora la forza di cancellare la 194. Ormai in questa ondata reazionaria torna a farsi prepotente in Italia il partito antiabortista.

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La 194 è stata una dura conquista, anche se piena di compromessi. Le modifiche proposte oggi, che portano a forzare la maternità con la rianimazione del feto rendono inefficace la 194. Se un domani anzichè il quinto mese fosse la quinta settimana? Fino a che punto si può spingere avanti il cosiddetto “diritto alla vita”? Fino a che punto sarà limitato il diritto della donna di decidere del proprio corpo, in virtù della ricerca scientifica (fatta con risorse sottratte alla ricerca sul cancro, per esempio)?

No il problema è politico. Nella concezione cattolica conservatrice la figura della donna è legata al ruolo sociale di procreatrice - ovvero nella riproduzione a livello molecolare dell’ordine sociale esistente, subalterno al marito, fondato sulla proprietà privata dei figli, costituito dalla famiglia lavoratrice nella società borghese (isolata ed in competizione con le altre); contrapposta invece a concetti sociali più ampi, come quello di comunità, di società civile, di classe.

Attenzione però. I liberali sono favorevoli all’aborto soltanto perchè hanno una visione diversa della donna, che ricopre per loro anche il ruolo di lavoratrice. Nella concezione liberale (e “radicale”) il diritto di aborto non coincide con l’emancipazione della donna, in quanto l’aborto resta uno strumento di potere maschile. La donna resta costretta ad abortire per poter lavorare, oppure perchè non può mantenere un figlio, in sostanza perchè l’avere un figlio la esclude da un diritto di eguaglianza completo.

Esiste un terzo punto di vista, quello socialista. In questa concezione, il diritto all’aborto è inscindibile dal ruolo sociale della donna. In primo luogo il diritto all’aborto è un diritto realmente esercitabile se e soltanto se si mette in discussione il ruolo della donna come progenitrice, del suo corpo, della sua partecipazione completa alla vita sociale. Se la donna ha la libertà di non procreare (senza condizionamenti sociali, economici o culturali) allora il diritto all’aborto rientra dunque in una libertà più ampia, quella di poter decidere se avere figli. Allora si, che in quel caso avrebbe un senso la rianimazione del feto, perchè sarebbe indipendente da condizionamenti (individuali e sociali) nei confronti della donna. Ovvero, la donna non deve essere costretta ad avere figli, e il diritto ad averli deve essere considerato nel complesso delle scelte possibili della donna.

Ma ciò è tuttavia impossibile nel contesto della famiglia borghese, concepita come una unità sociale atomica, una piccola azienda in competizione con le altre, dove il capitale sociale sono i figli. Quindi la lotta per il diritto all’aborto si accompagna necessariamente ad altre due lotte: quella per l’emancipazione femminile dalla famiglia; e quella per l’emancipazione dei figli. Diventa evidente dunque che il contratto sociale chiamato famiglia non è imposto da altri che dalla società capitalistica, che ha piegato le consuetudini sociali individuali, gli affetti, i sentimenti, il modo di stare in società inevitabilmente differenti di miliardi di individui nell’imposizione di una unica forma di rapporto come strumento di mantenimento e riproduzione delle divisioni sociali esistenti.

Per questo, quindi, tutte le lotte che puntano alla concreta emancipazione della donna, finiscono per rimettere in discussione la società capitalista.


Un breve bilancio sul governo Prodi

Gennaio 28, 2008

E’ indubbio. Questo governo è stato ampiamente odiato. Un po’ grazie alla propaganda di centrodestra, un po’ perchè sono state tradite le speranze che vi avevano riposto milioni di persone.

Però ora che è caduto, molti a sinistra pensano, oggi, che questo fosse il meno peggio dei governi possibili. E fanno alcune affermazioni che non possono restare senza risposta.

Finalmente si è combattuta l’evasione“. I soldi recuperati dove sono finiti? In meno tasse alle imprese, in missioni militari e nuovi arsenali, in ecoincentivi sulle auto, nelle TAV, nell’Alitalia (ormai in svendita). Non sono finiti nel miglioramento dei servizi, nella guerra alla precarietà, nelle pensioni o in servizi sociali migliori.

Sono stati sanati i conti“. Il costo, tuttavia, è stato altissimo. Al punto che oggi la maggior parte dei lavoratori non arriva alla quarta settimana del mese.

C’è stato il ritiro delle truppe dall’Iraq“. Però sono state reimpiegate in Libano, Afghanistan, Kosovo. L’Italia è presente in diversi fronti di guerra ed ha pure concesso una base militare agli americani a Vicenza.

Sono state fatte le liberalizzazioni“. Ma a vantaggio di chi? Senza liberalizzazioni ci sarebbe stata una riduzione dei consumi in tutti i settori chiave dell’economia italiana (bancario, energetico, telecomunicazioni), e quindi una contrazione dei prezzi. Ora invece i consumi ed i profitti si sono mantenuti.

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Il governo precedente era assai peggiore“. Certo, la precarietà, le leggi sull’immigrazione, il conflitto d’interessi, “le grandi opere”, ecc. sono la pesante eredità del governo Berlusconi. Ma il governo Prodi non ha cancellato pressochè nulla. Se un governo non da un taglio netto con le politiche precedenti, in cosa sarebbe migliore?

Vogliamo raccontare del conflitto di interessi? Vogliamo parlare della risoluzione del monopolio dell’informazione televisiva? Vogliamo parlare dello scippo del TFR? Dell’incremento della precarietà? Dei salari fermi ai livelli degli anni settanta?

Era questo che volevano i milioni di persone che hanno votato Prodi?

Ma le responsabilità non sono solo del governo. Vanno invece ripartite con un sindacato così amico da averne condiviso le scelte confindustriali. Mai come ora le lotte sono state fermate in origine. Mai come ora il sindacato si è fatto primo portatore degli interessi del grande padronato e delle banche, come col TFR.

Vanno ripartite, infine, con la cosiddetta sinistra radicale, che ha conquistato un ruolo nella compagine di governo, ma che ne esce ormai radicalmente mutata. In particolar modo ha snaturato completamente la sua ragion d’essere il principale partito di sinistra, Rifondazione comunista. Ma quel che è peggio, l’esistenza di un Prc al governo ha spezzato il tessuto connettivo dei movimenti degli anni scorsi, dimostrando che il movimento era fragilissimo senza organizzazione.

Ma allora, qual è l’alternativa?

La risposta è semplice: fuori da questa alternanza. Fuori da questo baraccone istituzionale. Mi sento di condividere questo appello, che sicuramente rappresenta un punto di partenza. Ma contemporaneamente vorrei aggiungere che diventa necessario ricostruire un nuovo tessuto connettivo, nuove forme di organizzazione, prima ancora che una alternativa istituzionale.


Uno sforzo di ricomposizione

Gennaio 25, 2008

Indipendentemente dalle sorti di questo governo, è indubbio che una determinata fase abbia raggiunto il suo compimento. Il risultato più evidente è la situazione di forte impoverimento dei lavoratori in Italia, come già descritto in questo blog e che confermano documenti come il recente rapporto di Confcommercio. Ancora meglio questo articolo di Repubblica.

Come si è arrivati a questa situazione? Manovre speculative? Tasse troppo alte? No, ovviamente. Più complessivamente l’ultimo quindicennio è stato segnato da un insieme di fenomeni di ristrutturazione e riorganizzazione del capitalismo italiano. Vediamone alcuni.

1) La guerra (iraq, libano, afghanistan, kosovo) e la costruzione di grandi infrastrutture (autostrade, tav, ferrovie, alitalia, ecc.), hanno stornato immensi capitali pubblici senza produrre sviluppo: hanno invece alimentato un intero sistema di interessi e poteri forti. Nello stesso tempo la spesa sociale e per lo sviluppo del mezzogiorno ha subito una battuta d’arresto.

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2) La privatizzazione e la cartolarizzazione di molte aziende pubbliche, unita alla crisi strutturale del sistema industriale hanno permesso di consolidare nel Paese un potentissimo sistema bancario, la cui unificazione in quattro-cinque grandi gruppi ha di fatto concentrato in poche mani l’intero sistema produttivo.

3) La contemporanea trasformazione dei grandi poli industriali ha portato al ridimensionamento delle più grandi aziende, e la creazione di una cintura grigia di lavoro flessibile: la permanente precarietà ha prodotto un nuovo ceto di lavoratori maggiormente ricattabili e mal pagati in tutti i settori produttivi.

4) Il carattere strutturale dell’immigrazione in Italia sta producendo una componente ormai centrale della classe lavoratrice, proveniente tuttavia da condizioni storiche e sociali profondamente differenti da quella del proletariato italiano, sfruttata ed esclusa dalla partecipazione alla vita del Paese, che permette manodopera flessibile ed a bassissimo costo.

5) Il rafforzamento di un monopolio culturale ed informativo in poche mani di fatto controlla l’opinione delle più grandi masse di lavoratori secondo un pensiero unico, e li condiziona al punto che perfino le deboli forme di opposizione spontanea sono controllate e gestite secondo meccanismi di qualunquismo e demagogia spicciola, o peggio, finiscono per alimentare bande neofasciste in costante crescita.

E’ abbastanza chiaro che tutto questo, ed altro ancora, segue nella sostanza un piano di riorganizzazione del capitalismo italiano, verso nuove forme di rapporto tra le classi sociali, con finalità che certamente non sono frutto della casualità o della sola crisi. Nessun complotto: è tutto sotto i nostri occhi.

Ogni governo, dunque, rappresenta indubbiamente determinati rapporti di forza esistenti tra i vari ceti possidenti, i partiti, le organizzazioni di massa. Ma certamente finora tutti i governi hanno seguito ed interpretato coerentemente le linee guida suddette, dimostrando la continuità e l’organicità di un progetto complessivo.

Il vero problema, perciò, non è chi governa, ma che opposizione costruire. Ma prima ancora, la debolezza resta sul piano dell’analisi e della teoria, nel non essere in grado di riproporre le nuove contraddizioni in termini di contro informazione, e riorganizzazione dei lavoratori e delle più grandi masse.

Per ora, dunque questi sono solo pensieri in apnea, in attesa di risalire.