Il titolo è una doppia provocazione, sia verso il noto saggio di Bertinotti, sia verso la situazione politica odierna, dove la realtà supera ogni fantasia, e più sono piccole le sinistre più si spezzettano ed ognuno cerca di emergere per quello che è.
Due sinistre, due piazze, due date, due momenti diversi per celebrare la divisione. Apparentemente.
L’11 ottobre l’ex Arcobaleno si reincontra in vista delle prossime elezioni amministrative, per la prima manifestazione di “lotta” della stagione. Eppure questa manifestazione comporta due ordini di contraddizioni.
La prima, più evidente, è che la manifestazione non è punto di partenza di una lotta, o suo punto di arrivo; non è parte di un percorso di mobilitazione. E’ semplicemente una iniziativa decisa dal ceto politico sconfitto alle scorse elezioni, e nel caso particolare di Rifondazione, mondato ed autoassolto dai suoi peccati originali, come il sostegno a Prodi, il voto a missioni militari di guerra, un paio di finanziarie ed una riforma delle pensioni mortificante. Questo partito in tutte le sue correnti ha un disperato bisogno della piazza, di riprendere quel feeling interrotto nel 2003 quando decisero di smettere di fare opposizione.
La seconda, meno evidente, è che la cosiddetta svolta a sinistra di Rifondazione Comunista altri non sembra che l’ennesima giravolta di questo partito. Non dissimile da quella operata dal Bertinotti nel ‘99, quando sposò il movimento di Genova, poi quello per l’articolo 18, ed infine per la pace. Ma poi al “Bertinotti di lotta” si sostituì “il Bertinotti di governo”, forte del consenso ottenuto nelle piazze. La piazza sembra quindi essere un mezzo, e non un fine, del partito della rifondazione comunista per acquisire un maggiore spazio nel baraccone istituzionale.
Oggi la situazione non è dissimile, ma peggiore: perchè Ferrero e Vendola non hanno la forza di Bertinotti, nè gli stessi numeri elettorali e di presenza nei territori e nei luoghi di lavoro, ma soprattutto se fosse per loro al governo ci sarebbero rimasti volentieri, non fosse stato per la caduta di Prodi.
Si prevede dunque che l’11 ottobre sarà la manifestazione “di apparato”, di simpatizzanti delusi, dei non troppi infelici che si aggrapperanno ancora all’illusione che si possa riformare ancora il partito (anzi i partiti) di lotta, senza aver rimosso alla radice le ragioni della sconfitta. Prima tra tutte il fatto che non si può essere contemporaneamente di lotta e di governo.
Il 17 ottobre ci sarà invece lo sciopero generale. Questo sciopero non casca dal cielo, ma è il frutto di un percorso, iniziato il maggio scorso, e che vede la partecipazione reale, pur con cento contraddizioni, di pezzi veri e reali di movimenti di lotta nel Paese, in una situazione di pressochè totale assenza di informazione nel Paese, di silenzio assordante ed interessato di gran parte della sinistra (l’altra).
Per la prima volta assistiamo ad un processo nazionale ed unitario di collaborazione tra sindacati di base, che in questi anni pur in una situazione di complessiva debolezza (soprattutto politica), sono cresciuti. Come se non bastasse, si uniforma e si raffina la piattaforma del conflitto sociale su quattro punti cardinali: la scala mobile, l’abolizione delle leggi sulla precarietà, la sicurezza sul lavoro e il diritto di scelta sindacale. Che sono poi i punti dai quali deve ripartire il conflitto sociale.
Il sindacato di base tenta di sopperire ad una mancanza della politica, la mancanza soprattutto di un partito che abbia al centro della sua azione una idea di società in cui al centro vi siano le esigenze dei lavoratori. La ragione storica di ciò sta sicuramente nel fatto che progressivamente in tutti questi anni moltissimi militanti di sinistra si sono riversati nel sindacato di base delusi dalla politica dei partiti. Ma è anche vero che una parte del mondo del lavoro si è radicalizzata e si è resa più cosciente, ed è indubbio che la radicalizzazione del conflitto da parte del governo attuale (con i tagli nel settore pubblico e nella scuola) abbia contribuito non poco.
La mia speranza è che il 17 ottobre lo sciopero sia partecipato nelle sue varie forme, anche soltanto simboliche. Dopo la sconfitta storica di sei mesi fa, in cui è stata sconfitta l’opzione revisionista di una idea di partito di sinistra e di governo, lo sciopero del 17 sembra davvero essere aria nuova.



Novembre 8, 2008 alle 2:22 am |
ecco..quando leggo qualcosa sulla “sinistra” io ho la stessa espressione sconsolata che ha il tipo con la giacca e le mani giunte, al centro della foto …
sigh.
besos rojs
Ladytux
Dicembre 11, 2008 alle 2:27 pm |
ciao,
scusa se ti scrivo qui in un post ma non ho trovato altro modo per contattarti (forse so’ cecato).
Volevo segnalarti il sito http://www.51000.it e proporti di linkarlo.
Alla pagina 51000.it/banner c’è il codice pronto da inserire.
Grazie (e dopo che l’hai letto cancella pure questo commento)