Prendiamo la classe media. Questo strato sociale, cresciuto negli anni ruggenti del governo Berlusconi a suon di condoni e speculazioni, complice una politica economica generosa, è stato in parte colpito dalla rimodulazione della pressione fiscale e la lotta all’evasione fatte da Prodi, che hanno evidenziato l’esigenza di far pagare un prezzo della crisi anche al ceto medio. Il governo tuttavia è caduto, dimostrando l’esistenza di uno scontro dall’esito non scontato.
La politica fiscale prodiana non è stata a favore dei lavoratori. Il denaro raccolto è stato infatti utilizzato per finanziare la grande borghesia. Non ci sono stati vantaggi per operai ed impiegati, ma solo un crescente contrasto tra pezzi di borghesia. E difatti, la questione delle tasse è diventata terreno di scontro in queste elezioni, in cui viene agitato lo spettro dell’eccessiva pressione fiscale, e vengono promessi da tutti tagli delle imposte.
Diciamolo chiaramente: la questione fiscale così come viene posta oggi è fittizia per i lavoratori. Non trarranno alcun vantaggio dal taglio delle tasse (PDL) o dalla lotta all’evasione (PD). Ciò che il governo ridarà con una mano, lo toglierà con l’altra. Il lavoratore grazie ad un fisco sempre più indiretto (costi dei servizi pubblici come sanità ed istruzione, imposte indirette sui consumi a loro volta soggetti all’inflazione) riceve una estorsione sempre maggiore del suo reddito a parità di servizi. Il sistema fiscale italiano è dunque sempre più un sistema di tassazione di classe, dietro un paravento fittizio di tassazione progressiva.
Occorre una rivendicazione forte ed opposta alla tendenza in atto, che superi la logica oggi imposta culturalmente. L’obiettivo perciò non può essere quello di tornare a riproporre il solito confronto tra stato sociale forte e sistema liberale leggero, ma mettere in luce la contraddizione esistente, ovvero che non esistono equilibri tra un fisco “equo” e un servizio pubblico che possano soddisfare tutte le classi sociali.
Questo è tanto più vero in fase di crisi economica, dove la politica fiscale è uno strumento utilizzato da una classe sulle altre per rafforzarsi e determinare una uscita dalla crisi stessa, facendo pagare la crisi ai settori sociali più deboli.
Per fare emergere questa contraddizione occorre fare una proposta chiara ed efficace: 1) detassazione dei servizi pubblici, 2) eliminazione delle imposte indirette, 3) istituzione di una imposta sulla grande proprietà.
Il valore reale di questa rivendicazione sta proprio nello smascheramento di quali siano i reali interessi in gioco quando si parla di tasse. Via il ticket sanitario, via le tasse scolastiche, via l’IVA. Sostituirle con piccole ma determinanti imposte sulle grandi proprietà immobiliari e sulle rendite finanziarie. Qualunque lavoratore potrà essere d’accordo che questo è si veramente un taglio delle tasse, senza costi. E si renderà subito conto di come i suoi interessi concreti siano differenti da quelli dell’immobiliarista.
Ma aldilà di ciò, deve essere questa la linea di proposizione politica che dovrebbe avere una forza politica anticapitalista: quella di fare rivendicazioni che aprano le gigantesche contraddizioni esistenti, non solo proposte di riforma sociale.


