La “sacra” famiglia

Umilmente e pacatamente i preti (e Ferrara, le destre, ecc.) chiedono di “modificarla”, non avendo ancora la forza di cancellare la 194. Ormai in questa ondata reazionaria torna a farsi prepotente in Italia il partito antiabortista.

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La 194 è stata una dura conquista, anche se piena di compromessi. Le modifiche proposte oggi, che portano a forzare la maternità con la rianimazione del feto rendono inefficace la 194. Se un domani anzichè il quinto mese fosse la quinta settimana? Fino a che punto si può spingere avanti il cosiddetto “diritto alla vita”? Fino a che punto sarà limitato il diritto della donna di decidere del proprio corpo, in virtù della ricerca scientifica (fatta con risorse sottratte alla ricerca sul cancro, per esempio)?

No il problema è politico. Nella concezione cattolica conservatrice la figura della donna è legata al ruolo sociale di procreatrice - ovvero nella riproduzione a livello molecolare dell’ordine sociale esistente, subalterno al marito, fondato sulla proprietà privata dei figli, costituito dalla famiglia lavoratrice nella società borghese (isolata ed in competizione con le altre); contrapposta invece a concetti sociali più ampi, come quello di comunità, di società civile, di classe.

Attenzione però. I liberali sono favorevoli all’aborto soltanto perchè hanno una visione diversa della donna, che ricopre per loro anche il ruolo di lavoratrice. Nella concezione liberale (e “radicale”) il diritto di aborto non coincide con l’emancipazione della donna, in quanto l’aborto resta uno strumento di potere maschile. La donna resta costretta ad abortire per poter lavorare, oppure perchè non può mantenere un figlio, in sostanza perchè l’avere un figlio la esclude da un diritto di eguaglianza completo.

Esiste un terzo punto di vista, quello socialista. In questa concezione, il diritto all’aborto è inscindibile dal ruolo sociale della donna. In primo luogo il diritto all’aborto è un diritto realmente esercitabile se e soltanto se si mette in discussione il ruolo della donna come progenitrice, del suo corpo, della sua partecipazione completa alla vita sociale. Se la donna ha la libertà di non procreare (senza condizionamenti sociali, economici o culturali) allora il diritto all’aborto rientra dunque in una libertà più ampia, quella di poter decidere se avere figli. Allora si, che in quel caso avrebbe un senso la rianimazione del feto, perchè sarebbe indipendente da condizionamenti (individuali e sociali) nei confronti della donna. Ovvero, la donna non deve essere costretta ad avere figli, e il diritto ad averli deve essere considerato nel complesso delle scelte possibili della donna.

Ma ciò è tuttavia impossibile nel contesto della famiglia borghese, concepita come una unità sociale atomica, una piccola azienda in competizione con le altre, dove il capitale sociale sono i figli. Quindi la lotta per il diritto all’aborto si accompagna necessariamente ad altre due lotte: quella per l’emancipazione femminile dalla famiglia; e quella per l’emancipazione dei figli. Diventa evidente dunque che il contratto sociale chiamato famiglia non è imposto da altri che dalla società capitalistica, che ha piegato le consuetudini sociali individuali, gli affetti, i sentimenti, il modo di stare in società inevitabilmente differenti di miliardi di individui nell’imposizione di una unica forma di rapporto come strumento di mantenimento e riproduzione delle divisioni sociali esistenti.

Per questo, quindi, tutte le lotte che puntano alla concreta emancipazione della donna, finiscono per rimettere in discussione la società capitalista.

Una Risposta a “La “sacra” famiglia”

  1. sparkaos Dice:

    condivido il fondo della tua analisi, ma dimentichi a mio avviso che l’individualismo borghese e i relativi diritti individuali portano anche alla rivendicazione del proprio corpo da parte di quei liberali più progressisti. Credo resti valido cmq il fondo della tua analisi perché non è mai stato messa in questione la prorpietà dei figli

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