White America

A prima vista può sembrare una grande novità che alla Casa Bianca arriverà a concorrere sicuramente o una donna o, addirittura, un nero. Ma dopo Bush, nulla sembra poi così incredibile.

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Facciamo un passo indietro. Per l’economia americana la guerra in Iraq è stata complessivamente un buon affare: la sua economia stagnante si è ripresa, grazie alle commesse di guerra, gli investimenti e il rilancio dei settori trainanti dell’industria. Una pioggia d’oro per le classi dirigenti americane, che hanno potuto rilanciare in tutto il globo la leadership dell’imperialismo americano, annichilire quello europeo, contenere l’espansione cinese.

Tuttavia cinque anni di conflitto sono una enormità, a cominciare dal costo in termini di vite umane (un milione di morti). Quel che sembra cambiato è proprio il clima politico globale. Dal 2001 ad oggi è crollata la credibilità degli americani come portatori di pace e democrazia. E’ stata invece dimostrata la loro incapacità di rimettere ordine a conflitti regionali. Ormai si fa strada globalmente una nuova e diversa percezione delle periferie del mondo, in chiave antiamericana, a partire dalle masse arabe e quelle latinoamericane, che vedono il modello americano non più come di emancipazione, ma di sopraffazione.

In ogni caso viene globalmente rimessa in discussione la leadership americana, sia dagli stati canaglia (Iran e Venezuela), che dagli “ex amici” (Russia) che dai concorrenti emergenti (Cina ed India). Il pantano iracheno è stato, prima ancora che militarmente, la distruzione di un mito ideologico, quello di un nuovo ordine mondiale.

Infine dopo cinque anni di conflitto ciò che sembra essere cambiata è la consapevolezza delle masse americane. Finalmente la guerra in Iraq comincia a porre seri interrogativi nella popolazione nonostante la martellante campagna post 11 settembre. Le bare dei soldati, le carceri di Abu Ghraib, l’assenza di una data certa al termine del conflitto sono comunque soltanto una parte del problema. Dall’altra c’è la stasi economica, i licenziamenti di massa, la sempre più gravosa situazione sanitaria e l’impoverimento generale delle masse americane che sembrano aver portato nuovi livelli di consapevolezza negli strati bassi della popolazione.

Ciò che colpisce infatti del confronto tra Hillary e Obama è la grande partecipazione al voto, specie per questo outsider. Pur essendo entrambi parte integrante del sistema politico americano, fatto di lobby, di finanziamenti da milioni di dollari, di una borghesia liberal, ma sempre borghesia, verso Obama si avvicinano tutti quei settori popolari che prima erano stati esclusi dalla partecipazione politica. Ciò che emerge, inoltre, è un grande desiderio di cambiamento, proprio da parte dei settori più giovani della società e di quelle comunità storicamente più escluse dalla partecipazione alla politica.

Entrambi questi elementi sono sicuramente interessanti e mostrano che qualcosa si muove nella società americana, nella “White America” che pure sembrava sorda a qualsiasi cambiamento, dopo la schiacciante vittoria dei repubblicani nel 2004.

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