Alternative per il socialismo
In questi due anni l’opposizione di sinistra ha prodotto poco, troppo poco, in termini di organizzazione del conflitto. Questo limite deriva da un problema macroscopico: l’assenza di una unità ideologica delle varie sinistre. Che anzi sono spaccate in numerosissimi gruppi. Pensiamo per esempio alle decine di scissioni da rifondazione, che al più hanno prodotto soggetti da qualche centinaio di militanti, con una chiusura ideologica ed organizzativa da far spavento. La cultura che le contraddistingue è il sospetto, il dubbio, l’incapacità di costruire insieme percorsi persino intorno alle più semplici lotte.
Tutto questo, ovvero l’enorme difficoltà di coagulazione di un nuovo soggetto, ha tra le sue ragioni principali l’assenza di una capacità di analisi complessiva dei problemi della società del nostro tempo.
Un problema già sfiorato da questo blog. Ora vorrei soffermarmi proprio su questo: la debolezza teorica odierna del marxismo, strumento principale per l’alternativa verso il socialismo del XX secolo. Debolezza di comprensione dell’esistente, incapacità di dare risposte a problemi come quello della caduta del muro di Berlino - per cui solo una banale e superficiale ricostruzione può dare allo stalinismo tutte e sole le responsabilità. Naturalmente chi scrive non pensa assolutamente di voler buttare il bambino con l’acqua sporca, ma non vi può essere una rifondazione comunista con una semplice autoassoluzione. L’assenza di una risposta convincente a questo è la ragione principale per cui gli ultimi anni hanno visto avere successo numerose idee revisioniste a sinistra, mentre continuava l’emorragia di militanti, simpatizzanti e di voti per una alternativa verso il socialismo.
Più in generale, ci sono quattro grandi quesiti di vasta portata, per cui è necessaria una teoria economico/politica in grado di dare risposte commisurate all’epoca contemporanea.
Primo, quali grandi questioni apre l’emigrazione dei lavoratori e la delocalizzazione produttiva?
Secondo, cosa cambia nelle classi lavoratrici se la produzione basata sulla trasformazione di merci cede il passo alla produzione di ricchezza mediante produzione di conoscenza?
Terzo, possiamo dire senza sbagliare che siamo ancora in una fase classicamente imperialista, nella forma teorizzata nel 1917 da Lenin?
Quarto, quali concreti problemi organizzativi si devono porre le classi lavoratrici per la costruzione del socialismo, in particolare nel rapporto tra organizzazione, conflitto e potere esistente?
Molti gruppi della sinistra extraparlamentare in genere minimizzano questi problemi, in quanto sanno di fondare la propria sopravvivenza direttamente o indirettamente sopra un substrato culturale ed ideologico, una sorta di marxismo cristallizzato in cui cercare risposte sicure e tranquillizzanti. Altre, invece, cercano altrove, per esempio nel Sud America, risposte immediate ad almeno alcuni dei problemi. Altre ancora, come detto, hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca.
No. Il problema si può affrontare in un solo modo. Ricostruendo una teoria al passo coi tempi, rimettendo in discussione parecchie cristallizzazioni. Resta da capire in che modo, e questo resta un problema aperto.
Termino con una citazione del più grande dei rivoluzionari. “Non c’è prassi rivoluzionaria, senza teoria rivoluzionaria“.



Gennaio 31, 2008 alle 12:57 pm
Beh tralasciando che non sono d’accordo sul più grande dei rivoluzionari, ho trovato il tuo post interessantissimo. Ti faccio notare una cosa xò x me necessaria x avere una teoria reale. Anche se richiami l’economia oggi basata sulla conoscenza, mi sembra che oltre questo punto ce ne sia uno più specifico, cioè adeguare la teoria del valore di Marx al mondo postmoderno. Oggi il valore di un oggetto è in prmo luogo dipendente dalla conoscenza in esso incorporato, ma ancor più dal rivestimento simbolico comunicativo di cui è “vestito”. Oggi il plusvalore è prodotto molto più dalla comunicazione (pubblicità, marketing e il mondo fantastico che ogni oggetto oggi sembra proporre, i desideri che riesce a suscitare) che dal lavoro
Gennaio 31, 2008 alle 1:36 pm
qua non si tratta di fare un alternativa per il socialismo, ma un alternativa DELLA SINISTRA. in quanto un alternativa della società deve essere a sinistra, qualunque essa sia. ridomare il concetto di sinistra e renderlo plurale. poi ognuno troverà la sua strada, la strada migliore.
Gennaio 31, 2008 alle 3:21 pm
X Rigitans sinistra non è una parola magica che risolve le cose e si può essere plurali ma trovare una sintesi comune, ma non mi sembra proprio questo il caso di oggi
Gennaio 31, 2008 alle 9:19 pm
Sui quesiti da te posti alcune considerazioni:
1) Sicuramente l’emigrazione dei lavoratori permette ai capitalisti di ottenere ulteriore plusvalore, come la presenza delle frontiere d’altronde. Frontiere che non sono solo esterne, ma anche interne agli stati (si pensi al costo della forza-lavoro nel meridione rispetto al resto d’Italia).
2) Non sono per nulla d’accordo sulla esclusività della produzione di profitto mediante la produzione di conoscenza. A livello mondiale la produzione di merci è ancora (e sempre sarà) la fonte primaria del plusvalore (la conoscenza non genera di per se plusvalore se sconnessa dalla produzione materiale). Ciò non toglie che il Capitale cerchi in ogni modo di trarre profitto da qualsiasi settore, anche non direttamente produttivo (si pensi anche ai servizi pubblici privatizzati, o ai diritti d’autore e ai brevetti). D’altronde l’innovazione tecnologica è una via per ottenere plusvalore solo quando non è diffusa. Nel momento in cui tutte le imprese hanno lo stesso livello tecnologico, il plusvalore può essere ottenuto soltanto riducendo il costo della forza-lavoro.
3) Sicuramente l’analisi di Lenin sull’imperialismo è molto più adeguata delle nuove teorie tanto in voga ai giorni nostri (penso sopratutto alla teoria dell’Impero di Tony Negri). Ciò non toglie che andrebbe meglio contestualizzata all’oggi (come molti altri aspetti del marxismo). Comunque la presenza di diversi blocchi imperialisti (compresa l’UE) è sempre più sotto gli occhi di chi vuole vedere. Paghiamo, e pagheremo, cara l’assenza di un’analisi teorica adeguata. Sono totalmente d’accordo con te quando citi Lenin sul passo della pratica e della teoria rivoluzionaria.
4) Questa è la domanda a cui è più difficile rispondere. Inanzitutto le masse devono condividere la prospettiva verso il socialismo, cosa tutt’altro che scontata (anzi in Italia oggi è valido esattamente il contrario). Il primo problema risulterà quindi essere come elevare la classe lavoratrice dalla lotta spontanea a quella cosciente. Questo senza dubbio è il principale problema di ogni rivoluzionario, in ogni epoca e in ogni luogo. Personalmente penso che senza un’organizzazione politica dell’avanguardia di classe (il Partito comunista) ciò non sia possibile.
Febbraio 12, 2008 alle 12:09 am
La risposta 4 è l’unica di cui ho una risposta.
Della 3 condivido solo in parte il tuo ragionamento.
Della 2 penso ad un discorso più complesso: la conoscenza immagazzinata come valore nella merce. E dall’altra parte la produzione di merci di sola conoscenza, senza bene materiale.
Sulla 1, infine, forse ho mal posto la domanda. A mio avviso emigrazione e precarietà sono due facce della medesima medaglia, che pure sono state già analizzate nella storia del movimento operaio. Il concetto di mobilità del lavoratore è alla base di entrambi, e dovrebbe costituire, almeno in teoria, una leva per la costruzione di una riorganizzazione per le masse. Approfondimenti in questo senso ci sono per esempio in Trotzki.