Uno sforzo di ricomposizione

Gennaio 25, 2008

Indipendentemente dalle sorti di questo governo, è indubbio che una determinata fase abbia raggiunto il suo compimento. Il risultato più evidente è la situazione di forte impoverimento dei lavoratori in Italia, come già descritto in questo blog e che confermano documenti come il recente rapporto di Confcommercio. Ancora meglio questo articolo di Repubblica.

Come si è arrivati a questa situazione? Manovre speculative? Tasse troppo alte? No, ovviamente. Più complessivamente l’ultimo quindicennio è stato segnato da un insieme di fenomeni di ristrutturazione e riorganizzazione del capitalismo italiano. Vediamone alcuni.

1) La guerra (iraq, libano, afghanistan, kosovo) e la costruzione di grandi infrastrutture (autostrade, tav, ferrovie, alitalia, ecc.), hanno stornato immensi capitali pubblici senza produrre sviluppo: hanno invece alimentato un intero sistema di interessi e poteri forti. Nello stesso tempo la spesa sociale e per lo sviluppo del mezzogiorno ha subito una battuta d’arresto.

300px-fs_etr500-brandav.jpg

2) La privatizzazione e la cartolarizzazione di molte aziende pubbliche, unita alla crisi strutturale del sistema industriale hanno permesso di consolidare nel Paese un potentissimo sistema bancario, la cui unificazione in quattro-cinque grandi gruppi ha di fatto concentrato in poche mani l’intero sistema produttivo.

3) La contemporanea trasformazione dei grandi poli industriali ha portato al ridimensionamento delle più grandi aziende, e la creazione di una cintura grigia di lavoro flessibile: la permanente precarietà ha prodotto un nuovo ceto di lavoratori maggiormente ricattabili e mal pagati in tutti i settori produttivi.

4) Il carattere strutturale dell’immigrazione in Italia sta producendo una componente ormai centrale della classe lavoratrice, proveniente tuttavia da condizioni storiche e sociali profondamente differenti da quella del proletariato italiano, sfruttata ed esclusa dalla partecipazione alla vita del Paese, che permette manodopera flessibile ed a bassissimo costo.

5) Il rafforzamento di un monopolio culturale ed informativo in poche mani di fatto controlla l’opinione delle più grandi masse di lavoratori secondo un pensiero unico, e li condiziona al punto che perfino le deboli forme di opposizione spontanea sono controllate e gestite secondo meccanismi di qualunquismo e demagogia spicciola, o peggio, finiscono per alimentare bande neofasciste in costante crescita.

E’ abbastanza chiaro che tutto questo, ed altro ancora, segue nella sostanza un piano di riorganizzazione del capitalismo italiano, verso nuove forme di rapporto tra le classi sociali, con finalità che certamente non sono frutto della casualità o della sola crisi. Nessun complotto: è tutto sotto i nostri occhi.

Ogni governo, dunque, rappresenta indubbiamente determinati rapporti di forza esistenti tra i vari ceti possidenti, i partiti, le organizzazioni di massa. Ma certamente finora tutti i governi hanno seguito ed interpretato coerentemente le linee guida suddette, dimostrando la continuità e l’organicità di un progetto complessivo.

Il vero problema, perciò, non è chi governa, ma che opposizione costruire. Ma prima ancora, la debolezza resta sul piano dell’analisi e della teoria, nel non essere in grado di riproporre le nuove contraddizioni in termini di contro informazione, e riorganizzazione dei lavoratori e delle più grandi masse.

Per ora, dunque questi sono solo pensieri in apnea, in attesa di risalire.