Il contratto metalmeccanico

Gennaio 21, 2008

Lo scenario che si prospetta col rinnovo del contratto metalmeccanico è figlio della situazione degenerativa che si è venuta a creare in questi quindici anni.

Ripercorriamoli. Nel 1993 è stata abolita la scala mobile ed è stata introdotta la concertazione e l’inflazione programmata come meccanismo di recupero dei salari. Nel 1995 c’è stata la prima riforma delle pensioni, con il sistema contributivo e il progressivo l’innalzamento dell’età pensionabile. Nel 1997 il pacchetto Treu introduce le prime grandi forme di precarietà, accompagnate dalla legge sull’immigrazione del 1998 al fine di produrre un nuovo esercito produttivo di riserva (di precari e immigrati irregolari).

Ma evidentemente tutto questo non era sufficiente. Con Berlusconi sono stati fatti numerosi tentativi di attacco al mondo del lavoro, con la riforma dell’articolo 18, le pensioni, e infine la legge 30 ed il Patto per l’Italia. Di fatto solo la legge 30 e la Bossi Fini sono passati: le nuove generazioni di precari ed immigrati sono oramai sotto un continuo e permanente ricatto, ma una volta assunti preservano ancora pensioni, contratti collettivi, tfr, e soprattutto parecchi diritti.

Per nuove “riforme” è stato necessario il centrosinistra, il governo amico dei sindacati. Nell’arco di 2 anni, è passata la riforma delle pensioni con un nuovo innalzamento a 36-38 anni, la liberalizzazione del TFR, la precarizzazione a 4 anni. Si affacciano intanto all’orizzonte le nuove “riforme”: il progressivo ridimensionamento del contratto nazionale, una riforma del sindacato in termini corporativi, ed infine l’attacco frontale allo statuto dei lavoratori.

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E’ tutto sotto i nostri occhi. Non ci vuole un genio per capirlo. Ma se non si fa questo sforzo, questo difficilissimo sforzo di ricomposizione di un quindicennio di sconfitte in un unico disegno, non si riesce a capire l’enormità della strategia padronale, che è sempre stata la stessa: con pervicacia e lungimiranza sta facendo a brandelli un intero sistema di diritti. Lo scopo è quello di ottenere una classe lavoratrice asservita ad una logica corporativa, aziendalista, flessibile, silenziosa, disponibile a sempre maggiori sacrifici, le cui organizzazioni sindacali diventino cinghia di trasmissione di questo controllo sociale.

Torniamo ad oggi. Il salario medio di un lavoratore è tornato ad essere lo stesso salario di trenta anni fa, anche se la ricchezza producibile è molte volte maggiore. Il fenomeno è stato così veloce che assistiamo a processi di “sviluppo combinato” al contrario: le famiglie possiedono l’auto ma non sono in grado di mantenerla, possiedono il frigorifero ma resta sempre più spesso vuoto, vanno in vacanza al mare, ma non arrivano alla quarta settimana del mese per pagarsela. L’età dei grandi sacrifici però sta arrivando, gradualmente, ma sta arrivando.

In questo senso i 127 euro del contratto metalmeccanico sembrano davvero briciole: non recuperano nemmeno la perdita di acquisto dovuta all’inflazione reale.

Concludo con una nota sui sindacati. Ma vi pare possibile che il sindacato chiede meno (117 euro) di quanto il padrone stesso alla fine è stato disposto a concedere (127 euro)? Non c’è qualcosa di perverso in tutto questo?