Alternative per il socialismo

Gennaio 31, 2008

In questi due anni l’opposizione di sinistra ha prodotto poco, troppo poco, in termini di organizzazione del conflitto. Questo limite deriva da un problema macroscopico: l’assenza di una unità ideologica delle varie sinistre. Che anzi sono spaccate in numerosissimi gruppi. Pensiamo per esempio alle decine di scissioni da rifondazione, che al più hanno prodotto soggetti da qualche centinaio di militanti, con una chiusura ideologica ed organizzativa da far spavento. La cultura che le contraddistingue è il sospetto, il dubbio, l’incapacità di costruire insieme percorsi persino intorno alle più semplici lotte.

Tutto questo, ovvero l’enorme difficoltà di coagulazione di un nuovo soggetto, ha tra le sue ragioni principali l’assenza di una capacità di analisi complessiva dei problemi della società del nostro tempo.

Un problema già sfiorato da questo blog. Ora vorrei soffermarmi proprio su questo: la debolezza teorica odierna del marxismo, strumento principale per l’alternativa verso il socialismo del XX secolo. Debolezza di comprensione dell’esistente, incapacità di dare risposte a problemi come quello della caduta del muro di Berlino – per cui solo una banale e superficiale ricostruzione può dare allo stalinismo tutte e sole le responsabilità. Naturalmente chi scrive non pensa assolutamente di voler buttare il bambino con l’acqua sporca, ma non vi può essere una rifondazione comunista con una semplice autoassoluzione. L’assenza di una risposta convincente a questo è la ragione principale per cui gli ultimi anni hanno visto avere successo numerose idee revisioniste a sinistra, mentre continuava l’emorragia di militanti, simpatizzanti e di voti per una alternativa verso il socialismo.

Più in generale, ci sono quattro grandi quesiti di vasta portata, per cui è necessaria una teoria economico/politica in grado di dare risposte commisurate all’epoca contemporanea.

Primo, quali grandi questioni apre l’emigrazione dei lavoratori e la delocalizzazione produttiva?

Secondo, cosa cambia nelle classi lavoratrici se la produzione basata sulla trasformazione di merci cede il passo alla produzione di ricchezza mediante produzione di conoscenza?

Terzo, possiamo dire senza sbagliare che siamo ancora in una fase classicamente imperialista, nella forma teorizzata nel 1917 da Lenin?

Quarto, quali concreti problemi organizzativi si devono porre le classi lavoratrici per la costruzione del socialismo, in particolare nel rapporto tra organizzazione, conflitto e potere esistente?

Molti gruppi della sinistra extraparlamentare in genere minimizzano questi problemi, in quanto sanno di fondare la propria sopravvivenza direttamente o indirettamente sopra un substrato culturale ed ideologico, una sorta di marxismo cristallizzato in cui cercare risposte sicure e tranquillizzanti. Altre, invece, cercano altrove, per esempio nel Sud America, risposte immediate ad almeno alcuni dei problemi. Altre ancora, come detto, hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca.

No. Il problema si può affrontare in un solo modo. Ricostruendo una teoria al passo coi tempi, rimettendo in discussione parecchie cristallizzazioni. Resta da capire in che modo, e questo resta un problema aperto.

b36_01.jpg

Termino con una citazione del più grande dei rivoluzionari. “Non c’è prassi rivoluzionaria, senza teoria rivoluzionaria“.


Un breve bilancio sul governo Prodi

Gennaio 28, 2008

E’ indubbio. Questo governo è stato ampiamente odiato. Un po’ grazie alla propaganda di centrodestra, un po’ perchè sono state tradite le speranze che vi avevano riposto milioni di persone.

Però ora che è caduto, molti a sinistra pensano, oggi, che questo fosse il meno peggio dei governi possibili. E fanno alcune affermazioni che non possono restare senza risposta.

Finalmente si è combattuta l’evasione“. I soldi recuperati dove sono finiti? In meno tasse alle imprese, in missioni militari e nuovi arsenali, in ecoincentivi sulle auto, nelle TAV, nell’Alitalia (ormai in svendita). Non sono finiti nel miglioramento dei servizi, nella guerra alla precarietà, nelle pensioni o in servizi sociali migliori.

Sono stati sanati i conti“. Il costo, tuttavia, è stato altissimo. Al punto che oggi la maggior parte dei lavoratori non arriva alla quarta settimana del mese.

C’è stato il ritiro delle truppe dall’Iraq“. Però sono state reimpiegate in Libano, Afghanistan, Kosovo. L’Italia è presente in diversi fronti di guerra ed ha pure concesso una base militare agli americani a Vicenza.

Sono state fatte le liberalizzazioni“. Ma a vantaggio di chi? Senza liberalizzazioni ci sarebbe stata una riduzione dei consumi in tutti i settori chiave dell’economia italiana (bancario, energetico, telecomunicazioni), e quindi una contrazione dei prezzi. Ora invece i consumi ed i profitti si sono mantenuti.

bersani.jpg

Il governo precedente era assai peggiore“. Certo, la precarietà, le leggi sull’immigrazione, il conflitto d’interessi, “le grandi opere”, ecc. sono la pesante eredità del governo Berlusconi. Ma il governo Prodi non ha cancellato pressochè nulla. Se un governo non da un taglio netto con le politiche precedenti, in cosa sarebbe migliore?

Vogliamo raccontare del conflitto di interessi? Vogliamo parlare della risoluzione del monopolio dell’informazione televisiva? Vogliamo parlare dello scippo del TFR? Dell’incremento della precarietà? Dei salari fermi ai livelli degli anni settanta?

Era questo che volevano i milioni di persone che hanno votato Prodi?

Ma le responsabilità non sono solo del governo. Vanno invece ripartite con un sindacato così amico da averne condiviso le scelte confindustriali. Mai come ora le lotte sono state fermate in origine. Mai come ora il sindacato si è fatto primo portatore degli interessi del grande padronato e delle banche, come col TFR.

Vanno ripartite, infine, con la cosiddetta sinistra radicale, che ha conquistato un ruolo nella compagine di governo, ma che ne esce ormai radicalmente mutata. In particolar modo ha snaturato completamente la sua ragion d’essere il principale partito di sinistra, Rifondazione comunista. Ma quel che è peggio, l’esistenza di un Prc al governo ha spezzato il tessuto connettivo dei movimenti degli anni scorsi, dimostrando che il movimento era fragilissimo senza organizzazione.

Ma allora, qual è l’alternativa?

La risposta è semplice: fuori da questa alternanza. Fuori da questo baraccone istituzionale. Mi sento di condividere questo appello, che sicuramente rappresenta un punto di partenza. Ma contemporaneamente vorrei aggiungere che diventa necessario ricostruire un nuovo tessuto connettivo, nuove forme di organizzazione, prima ancora che una alternativa istituzionale.


Uno sforzo di ricomposizione

Gennaio 25, 2008

Indipendentemente dalle sorti di questo governo, è indubbio che una determinata fase abbia raggiunto il suo compimento. Il risultato più evidente è la situazione di forte impoverimento dei lavoratori in Italia, come già descritto in questo blog e che confermano documenti come il recente rapporto di Confcommercio. Ancora meglio questo articolo di Repubblica.

Come si è arrivati a questa situazione? Manovre speculative? Tasse troppo alte? No, ovviamente. Più complessivamente l’ultimo quindicennio è stato segnato da un insieme di fenomeni di ristrutturazione e riorganizzazione del capitalismo italiano. Vediamone alcuni.

1) La guerra (iraq, libano, afghanistan, kosovo) e la costruzione di grandi infrastrutture (autostrade, tav, ferrovie, alitalia, ecc.), hanno stornato immensi capitali pubblici senza produrre sviluppo: hanno invece alimentato un intero sistema di interessi e poteri forti. Nello stesso tempo la spesa sociale e per lo sviluppo del mezzogiorno ha subito una battuta d’arresto.

300px-fs_etr500-brandav.jpg

2) La privatizzazione e la cartolarizzazione di molte aziende pubbliche, unita alla crisi strutturale del sistema industriale hanno permesso di consolidare nel Paese un potentissimo sistema bancario, la cui unificazione in quattro-cinque grandi gruppi ha di fatto concentrato in poche mani l’intero sistema produttivo.

3) La contemporanea trasformazione dei grandi poli industriali ha portato al ridimensionamento delle più grandi aziende, e la creazione di una cintura grigia di lavoro flessibile: la permanente precarietà ha prodotto un nuovo ceto di lavoratori maggiormente ricattabili e mal pagati in tutti i settori produttivi.

4) Il carattere strutturale dell’immigrazione in Italia sta producendo una componente ormai centrale della classe lavoratrice, proveniente tuttavia da condizioni storiche e sociali profondamente differenti da quella del proletariato italiano, sfruttata ed esclusa dalla partecipazione alla vita del Paese, che permette manodopera flessibile ed a bassissimo costo.

5) Il rafforzamento di un monopolio culturale ed informativo in poche mani di fatto controlla l’opinione delle più grandi masse di lavoratori secondo un pensiero unico, e li condiziona al punto che perfino le deboli forme di opposizione spontanea sono controllate e gestite secondo meccanismi di qualunquismo e demagogia spicciola, o peggio, finiscono per alimentare bande neofasciste in costante crescita.

E’ abbastanza chiaro che tutto questo, ed altro ancora, segue nella sostanza un piano di riorganizzazione del capitalismo italiano, verso nuove forme di rapporto tra le classi sociali, con finalità che certamente non sono frutto della casualità o della sola crisi. Nessun complotto: è tutto sotto i nostri occhi.

Ogni governo, dunque, rappresenta indubbiamente determinati rapporti di forza esistenti tra i vari ceti possidenti, i partiti, le organizzazioni di massa. Ma certamente finora tutti i governi hanno seguito ed interpretato coerentemente le linee guida suddette, dimostrando la continuità e l’organicità di un progetto complessivo.

Il vero problema, perciò, non è chi governa, ma che opposizione costruire. Ma prima ancora, la debolezza resta sul piano dell’analisi e della teoria, nel non essere in grado di riproporre le nuove contraddizioni in termini di contro informazione, e riorganizzazione dei lavoratori e delle più grandi masse.

Per ora, dunque questi sono solo pensieri in apnea, in attesa di risalire.


Il contratto metalmeccanico

Gennaio 21, 2008

Lo scenario che si prospetta col rinnovo del contratto metalmeccanico è figlio della situazione degenerativa che si è venuta a creare in questi quindici anni.

Ripercorriamoli. Nel 1993 è stata abolita la scala mobile ed è stata introdotta la concertazione e l’inflazione programmata come meccanismo di recupero dei salari. Nel 1995 c’è stata la prima riforma delle pensioni, con il sistema contributivo e il progressivo l’innalzamento dell’età pensionabile. Nel 1997 il pacchetto Treu introduce le prime grandi forme di precarietà, accompagnate dalla legge sull’immigrazione del 1998 al fine di produrre un nuovo esercito produttivo di riserva (di precari e immigrati irregolari).

Ma evidentemente tutto questo non era sufficiente. Con Berlusconi sono stati fatti numerosi tentativi di attacco al mondo del lavoro, con la riforma dell’articolo 18, le pensioni, e infine la legge 30 ed il Patto per l’Italia. Di fatto solo la legge 30 e la Bossi Fini sono passati: le nuove generazioni di precari ed immigrati sono oramai sotto un continuo e permanente ricatto, ma una volta assunti preservano ancora pensioni, contratti collettivi, tfr, e soprattutto parecchi diritti.

Per nuove “riforme” è stato necessario il centrosinistra, il governo amico dei sindacati. Nell’arco di 2 anni, è passata la riforma delle pensioni con un nuovo innalzamento a 36-38 anni, la liberalizzazione del TFR, la precarizzazione a 4 anni. Si affacciano intanto all’orizzonte le nuove “riforme”: il progressivo ridimensionamento del contratto nazionale, una riforma del sindacato in termini corporativi, ed infine l’attacco frontale allo statuto dei lavoratori.

cgil-pensioni.jpg

E’ tutto sotto i nostri occhi. Non ci vuole un genio per capirlo. Ma se non si fa questo sforzo, questo difficilissimo sforzo di ricomposizione di un quindicennio di sconfitte in un unico disegno, non si riesce a capire l’enormità della strategia padronale, che è sempre stata la stessa: con pervicacia e lungimiranza sta facendo a brandelli un intero sistema di diritti. Lo scopo è quello di ottenere una classe lavoratrice asservita ad una logica corporativa, aziendalista, flessibile, silenziosa, disponibile a sempre maggiori sacrifici, le cui organizzazioni sindacali diventino cinghia di trasmissione di questo controllo sociale.

Torniamo ad oggi. Il salario medio di un lavoratore è tornato ad essere lo stesso salario di trenta anni fa, anche se la ricchezza producibile è molte volte maggiore. Il fenomeno è stato così veloce che assistiamo a processi di “sviluppo combinato” al contrario: le famiglie possiedono l’auto ma non sono in grado di mantenerla, possiedono il frigorifero ma resta sempre più spesso vuoto, vanno in vacanza al mare, ma non arrivano alla quarta settimana del mese per pagarsela. L’età dei grandi sacrifici però sta arrivando, gradualmente, ma sta arrivando.

In questo senso i 127 euro del contratto metalmeccanico sembrano davvero briciole: non recuperano nemmeno la perdita di acquisto dovuta all’inflazione reale.

Concludo con una nota sui sindacati. Ma vi pare possibile che il sindacato chiede meno (117 euro) di quanto il padrone stesso alla fine è stato disposto a concedere (127 euro)? Non c’è qualcosa di perverso in tutto questo?


La classe operaia va in paradiso

Gennaio 20, 2008

Naturalmente anche i sassi sanno benissimo che la sindrome da persecuzione è un’arma da sempre utilizzata da tutte le religioni. La piccola (troppo piccola!) contestazione fatta da qualche professore e da qualche collettivo all’incredibile arrivo del papa alla Sapienza, sembra si sia risolta nel modo migliore. Per il papa.

Del resto, l’organizzazione più antica della storia è nota soprattutto per la sua capacità camaleontica di conoscere il proprio core business, per dirla all’anglosassone. Quale occasione più ghiotta per Ratzinger, che quella di non venire e dire di non essere tollerato? La faccia tosta non gli manca.

Che dire poi di questa inaugurazione dell’anno accademico? La Sapienza era blindata da autoblindo e polizia, mentre gli stessi studenti dei collettivi non potevano entrare. In questa atmosfera “tollerante” è passata quasi sotto silenzio la devastazione della sede del collettivo di Fisica della Sapienza (da parte di fascisti, che oramai sono dappertutto, nella più grande impunità possibile).

Non ne voglia chi ha fede. Qui stiamo parlando di una organizzazione che trae profitto e potere alle spalle proprio di chi ha fede. Non c’è bisogno di scomodare il processo a Galileo. La Chiesa detta l’agenda politica italiana, si accoda al sistema di privilegi, è un tutt’uno col sistema di potere esistente, e svolge adeguatamente il suo ruolo di controllo delle masse e dei lavoratori, in Italia e all’estero, in particolare in America Latina dove si è opposta a tutti i movimenti di liberazione e di emancipazione, dove teorizza addirittura che non c’è salvezza nella ragione (oltre che nel marxismo).

Naturalmente anche oggi si è dimostrato quanto sia forte il sistema dell’informazione. Nell’arco di una settimana, in cui erano emerse con evidenza le numerose critiche ad un possibile arrivo del papa alla Sapienza, e dove era emerso il famoso giudizio di Raztinger su Galileo, e l’intolleranza della Chiesa sulla ricerca scientifica, dicevamo nell’arco di pochi giorni la situazione si è ribaltata. Gli intolleranti sono diventati i professori, i collettivi “accecati da ideologie cancellate dalla storia”, al punto di richiedere a gran voce l’intervento di tutte le più alte cariche (laiche) dello stato, dal presidente del consiglio a quello della Repubblica, a condannare il gravissimo “atto di intolleranza di una minoranza di docenti e studenti”.

Surreale.

Ma senza dubbio il TG2 merita la palma d’oro del festival della menzogna.

La classe operaia non va in paradiso.