Ha vinto la paura?

La stampa internazionale ed italiana in questi anni non ha esitato più volte a descrivere il governo bolivariano del Venezuela come una dittatura. Questo nonostante il tentativo di colpo di stato subito; nonostante le ripetute vittorie elettorali considerate regolari da tutti gli osservatori imparziali; nonostante le opposizioni mantengano ampi spazi di manovra e propaganda (televisioni, banche, settori economici, ecc.). Anzi il risultato ed il modo in cui Chavez ha accettato la sconfitta hanno dimostrato a tutti che non si è mai corso nessun rischio di dittatura. La verità invece che emerge è che gran parte della stampa è asservita all’imperialismo americano e le sue bugie.

Le elezioni sono state in questi anni in realtà uno strumento di partecipazione, di crescita di comprensione della propria forza da parte delle masse venezuelane. Altro che mancanza di democrazia: anzi, col voto abbiamo assistito ad un nuovo e vivo protagonismo di un popolo che per decenni era state escluso dalla partecipazione al potere.

Il punto, semmai, è un altro: una rivoluzione in senso socialista non può passare dalle urne. Per quanto le 36 ore di lavoro e la messa in discussione della proprietà privata siano a tutti gli effetti elementi di transizione al socialismo, proprio la loro sconfitta sul piano elettorale mostra non la debolezza della transizione al socialismo, ma la debolezza del piano elettorale, come piano privilegiato di lotta.

Va chiarito che le classi dominanti non si rassegneranno mai ad una cessione “pacifica” della proprietà privata. Lo dimostra la serrata alimentare che negli ultimi mesi sconvolge il Venezuela. Inoltre i “pezzi” più moderati dello stesso movimento bolivariano tendono a frenare il processo rivoluzionario, a definirne i limiti, nel timore di perdere garanzie ed equilibri già acquisiti.

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Se diamo per buono l’intento di Chavez e della parte più avanzata del movimento di costruire uno stato ed una nuova “integrazione” socialista di stampo continentale, ciò che è in discussione è lo strumento del referendum come tattica di questo processo. Infatti esso deve seguire e non anticipare gli obiettivi transitori di trasformazione in senso socialista. Di fatto, il voto e l’astensione ci dicono che una parte consistente delle masse venezuelane non ha compreso il referendum. Perchè? Perchè il referendum non sanciva una situazione de facto nel Paese, ma voleva crearla de iure.

Resta dunque da stabilire quali sono questi obiettivi transitori. In generale è importante sottolinearne due. Prima di tutto occorre dimostrare nella prassi, in ogni settore economico, che i lavoratori sono in grado di gestire la produzione. Per fare ciò il movimento bolivariano dovrebbe spingere alla formazione di veri e propri consigli di fabbrica in ogni settore produttivo: consigli di lavoratori, demandati alla gestione reale della produzione. In secondo luogo serve che a livello locale, dai quartieri della capitale alle regioni più remote, si formi qualcosa di equivalente ai consigli di fabbrica: consigli territoriali che ripropongano forme di democrazia partecipativa dal basso.

Al raggiungimento anche parziale di queste due importantissime mete, non solo le masse venezuelane, ma ogni area progressista in tutto il mondo si renderà conto che un passo fondamentale verso il socialismo è stato effettivamente realizzato.

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