Appunti di dicembre

Dicembre 21, 2007

1984. Su Pista 1 il governo ha abbassato l’età pensionabile a solo 60 anni (più avanti l’abbasserà a 62), ed il numero di morti per lavoro giornalieri è sceso ad appena 4. L’inflazione non è vero che è aumentata: i pomodori sono sempre costati 3 euro al chilo. A noi prolet non resta che divertirci coi pacchi e salutare le telecamere. I komunisti, anzi pure Luttazzi sono dei pericolosi criminali, che con parole subdole vogliono destabilizzare la ricchezza ed il benessere della nostra Nazione.

Spe salvi. Marxismo e illuminismo sono idee false di salvezza. L’unica salvezza vera è nella speranza. Di non finire ammazzati sotto il muletto.

Violenza e famiglia. Il 31% delle donne ha subito violenza. Nel 6% dei casi, si è trattato di stupri. Di questi il 70% sono stati compiuti dal partner, il 18% da un conoscente. Il 6% da estranei. Del totale delle violenze il 68% avviene tra le mura domestiche. Questa indagine devastante ci dice due cose: la prima è che la donna è e resta sottomessa nella moderna società attuale. La seconda è che c’è una imbarazznte legame tra “violenza” e “famiglia”. Pubblichiamo ora la notizia perchè si sa, a Natale le famiglie si riuniscono. Un periodo pericoloso per le donne.

Enzo Biagi. Ricordo tenero dalle destre che lo cacciarono dalla tv. Ovazioni di massa dalle sinistre che non si dannarono per la sua scomparsa televisiva. Di lui ricordo la “Storia d’Italia a fumetti” che leggevo in biblioteca da ragazzino. Un giornalista “liberal” come non ce ne sono più. Superato da pensieri e società migliori. Superato perfino da Indro Montanelli, noto organizzatore di gruppi eversivi (cfr “Salvatore Lupo - Storia della I repubblica”), a cui a Milano hanno pure dedicato i giardini pubblici.


Ha vinto la paura?

Dicembre 18, 2007

La stampa internazionale ed italiana in questi anni non ha esitato più volte a descrivere il governo bolivariano del Venezuela come una dittatura. Questo nonostante il tentativo di colpo di stato subito; nonostante le ripetute vittorie elettorali considerate regolari da tutti gli osservatori imparziali; nonostante le opposizioni mantengano ampi spazi di manovra e propaganda (televisioni, banche, settori economici, ecc.). Anzi il risultato ed il modo in cui Chavez ha accettato la sconfitta hanno dimostrato a tutti che non si è mai corso nessun rischio di dittatura. La verità invece che emerge è che gran parte della stampa è asservita all’imperialismo americano e le sue bugie.

Le elezioni sono state in questi anni in realtà uno strumento di partecipazione, di crescita di comprensione della propria forza da parte delle masse venezuelane. Altro che mancanza di democrazia: anzi, col voto abbiamo assistito ad un nuovo e vivo protagonismo di un popolo che per decenni era state escluso dalla partecipazione al potere.

Il punto, semmai, è un altro: una rivoluzione in senso socialista non può passare dalle urne. Per quanto le 36 ore di lavoro e la messa in discussione della proprietà privata siano a tutti gli effetti elementi di transizione al socialismo, proprio la loro sconfitta sul piano elettorale mostra non la debolezza della transizione al socialismo, ma la debolezza del piano elettorale, come piano privilegiato di lotta.

Va chiarito che le classi dominanti non si rassegneranno mai ad una cessione “pacifica” della proprietà privata. Lo dimostra la serrata alimentare che negli ultimi mesi sconvolge il Venezuela. Inoltre i “pezzi” più moderati dello stesso movimento bolivariano tendono a frenare il processo rivoluzionario, a definirne i limiti, nel timore di perdere garanzie ed equilibri già acquisiti.

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Se diamo per buono l’intento di Chavez e della parte più avanzata del movimento di costruire uno stato ed una nuova “integrazione” socialista di stampo continentale, ciò che è in discussione è lo strumento del referendum come tattica di questo processo. Infatti esso deve seguire e non anticipare gli obiettivi transitori di trasformazione in senso socialista. Di fatto, il voto e l’astensione ci dicono che una parte consistente delle masse venezuelane non ha compreso il referendum. Perchè? Perchè il referendum non sanciva una situazione de facto nel Paese, ma voleva crearla de iure.

Resta dunque da stabilire quali sono questi obiettivi transitori. In generale è importante sottolinearne due. Prima di tutto occorre dimostrare nella prassi, in ogni settore economico, che i lavoratori sono in grado di gestire la produzione. Per fare ciò il movimento bolivariano dovrebbe spingere alla formazione di veri e propri consigli di fabbrica in ogni settore produttivo: consigli di lavoratori, demandati alla gestione reale della produzione. In secondo luogo serve che a livello locale, dai quartieri della capitale alle regioni più remote, si formi qualcosa di equivalente ai consigli di fabbrica: consigli territoriali che ripropongano forme di democrazia partecipativa dal basso.

Al raggiungimento anche parziale di queste due importantissime mete, non solo le masse venezuelane, ma ogni area progressista in tutto il mondo si renderà conto che un passo fondamentale verso il socialismo è stato effettivamente realizzato.


Berti-not-in-my-name

Dicembre 17, 2007

Nel Paese esistono movimenti, sindacati di base, decine di migliaia di militanti o simpatizzanti di sinistra. Sono centinaia di migliaia i lavoratori che hanno sfidato il governo con lo sciopero del 9 novembre scorso. Sono i 50 mila di Vicenza che nel silenzio massmediatico generale hanno sfilato contro il governo e la nuova base militare americana. Questo autunno caldo di scioperi e mobilitazioni (la più recente degli autotrasportatori), non ultima la rabbia degli operai di fronte ai morti della ThyssenKrupp ci dice che la classe lavoratrice c’è, ed è scontenta.

A ciò tuttavia non corrisponde uno spazio di azione politica, una progettualità, anche moderata, ma nello spazio e nel contesto creato da queste lotte. Esiste invece la Cosa Rossa, che in realtà è uno spazio di contenimento delle lotte. Contenimento intelligente e subdolo, che ostruisce con le sue ipocrite partecipazioni alle manifestazioni mentre regala il suo indispensabile voto a questo governo antioperaio. Che si permette di partecipare ai funerali degli operai, ed osa, osa!!!, pronunciare parole di cordoglio, 10 giorni dopo aver votato l’innalzamento dell’età pensionabile, l’estensione dello straordinario e l’aumento della precarizzazione di quegli stessi operai che sono bruciati vivi.

Trovo condivisibile una distinzione fatta da altri.
Secondo questa distinzione i riformisti sono coloro che spingono per ottenere, anche per mezzi diplomatici e trattative, un miglioramento complessivo delle classi lavoratrici. I revisionisti sono invece coloro spingono per disarmare le potenzialità di mobilitazione ed organizzazione delle classi lavoratrici, mediante un processo continuo di revisione culturale ed ideologica del bagaglio politico e teorico delle masse.

Ecco, la Cosa Rossa è fatta da soprattutto da revisionisti, perchè questo è il ruolo della sinistra di governo: gestire il conflitto sociale.

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Bertinotti è sicuramente quello che più a contribuito a demolire le conquiste dei movimenti. Su tutto, ricordiamo le sue parole quando nel 2003 dichiarò la svolta della non violenza, contestualmente all’alleanza con l’Ulivo, condannando d’un colpo la resistenza palestinese e tutte le lotte di liberazione in mezzo mondo, depotenziando così il movimento nato dalle giornate di Genova. E’ stato abbondantemente premiato per il servizio reso, con la presidenza della Camera.

Oggi Bertinotti, asciugatesi le lacrime del funerale, dichiara aperto il dialogo con Berlusconi “per le riforme”. Naturalmente il Corriere da risalto alla notizia, spiegando bene cosa significa ciò: la stabilizzazione permanente del Prc nel contesto bipolare (dove Veltroni è l’alleato, e Berlusconi l’avversario). Ovvero l’abbandono dell’alternativa per l’alternanza, senza soluzioni di continuità. Ovvero l’ingresso nel recinto del centrosinistra che proprio Bertinotti aveva apertamente condannato (subito dopo Genova).

Le recenti uscite di Bertinotti rientrano nella migliore tradizione dell’uomo “nuovo” della sinistra italiana. L’uomo che sembra candidarsi alla leadership della Cosa Rossa, forte del suo prestigio e dei suoi riconoscimenti. In realtà l’uomo nuovo altri non che è il vecchio uomo. La sua altri non è che vecchia politica. Bisogna rendergli atto però che la sua non è opera di piccolo cabotaggio, ma mostra un disegno di ampio respiro, non un semplice gioco di trasformismo da quattro soldi.


Strategia della tensione

Dicembre 12, 2007

Queste poche righe per ricordare il 12 dicembre del 1969.

Piazza Fontana, una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura. Decine di morti, un centinaio di feriti. Non si sa chi è stato, la polizia brancola nel buio, ma subito viene intrapresa la pista anarchica. 3 giorni dopo precipiterà dal quarto piano della Questura di Milano l’anarchico Pinelli, in un incredibile caso di falso suicidio.

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Un anno dopo la strage esce un libro straordinario, “La strage di Stato“, scritto da esponenti della sinistra extraparlamentare, che per la prima volta farà un’indagine seria e documentata della fase politica che ha portato alla bomba e che esploderà negli anni successivi (con altre stragi, a Brescia, sull’Italicus, a Bologna, ed altre ancora) con quella che il libro definirà la “strategia della tensione“, il tentativo di forze eversive -collegate ad apparati dei servizi segreti, alla CIA, alla Nato, a pezzi del sistema bancario ed economico italiano, come la loggia massonica P2- di arginare con bombe e stragi appunto “di stato”, allo scopo di creare una sorta di terrore collettivo capace di rafforzare figure carismatiche verso un controllo esclusivo del potere politico in Italia, principalmente contro le masse lavoratrici, e le loro organizzazioni.

Possiamo dire oggi, a 38 anni di distanza, che quel tentativo è fallito? Certamente, oggi non scoppiano più le bombe. La stagione dei “contrapposti estremismi” fomentati ed infiltrati da apparati dello stato “sembra” superata (con forse qualche eccezione, come dimostrano le indagini sul caso Biagi).

Forse la risposta più corretta che si può dare è che quel piano si è evoluto. Dalla strategia della tensione i poteri forti sono passati al “Piano di rinascita democratica“, un sistema che col tempo si è dimostrato assai più efficace nel tentativo di escludere le masse popolari dalla partecipazione alla vita politica del Paese. E l’attuale trasformazione del sistema politico italiano sembra esserne in qualche modo la fase culminante.


Sesso con Luttazzi

Dicembre 11, 2007

La sospensione della trasmissione di Luttazzi conferma come il sistema radiotelevisivo italiano, anche dove non sia direttamente legato alla galassia berlusconiana, è e resta rigidamente controllato da una censura politica ed ideologica di stampo reazionario.

Ingenuamente potremmo pensare che la trasmissione sia stata censurata per una battuta volgare, ma la scusa regge decisamente poco. Il perchè lo dice pure l’accusato: “quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira“.

Il primo vero problema è che Luttazzi non è per nulla “politicamente corretto” e questo lo rende una scomoda voce fuori dal coro. Per questo mi piace molto: le sue battute, anche quelle apparentemente più feroci e grossolane, sembrano seppellire con una risata il sempre più granitico pensiero unico di questi anni. Mi piace perchè rimette in discussione tutto, e da voce ad una parte del Paese che non ha voce. Luttazzi non è un rivoluzionario, lo sappiamo. E’ una di quelle persone però che ti fa comprendere chiaramente che la sua opposizione alla guerra, alla tv spazzatura, alle ideologie clericali, alle tav e così via, sono parte del tessuto connettivo di un Paese civile, prima che della sua parte più progressista.

Questo però non è comunque sufficiente. Ogni tanto capita perfino nella nostra televisione che spunti qualcuno “sopra le righe”. Ma di solito gli si da un po’ di minutaglia nelle ore notturne, e per conquistare la prima serata non deve mettere in discussione il sistema, cioè deve dimostrare di essere sostanzialmente innocuo. Così doveva succedere con Luttazzi.

Evidentemente però Luttazzi non è innocuo. Anche se l’hanno messo in seconda serata, pure di sabato sera su una televisione nazionale secondaria rispetto a Rai e Mediaset, è riuscito a conquistarsi due milioni e mezzo di spettatori. Troppo successo per una voce troppo fuori dal coro. Soprattutto quando a tre giorni dalla chiusura si viene a sapere dallo stesso Luttazzi che la prossima puntata sarebbe stata nientepopodimeno che sul Papa.

A conferma di questa tesi sta proprio nello schieramento bipartizan che ha omaggiato questa nuova censura, come ben scrive qui Vittorio Zucconi su Repubblica: “La libertà di opinione non è libertà di buttare merda su tutti.

Invece lo è, se è necessario.