Una prospettiva ormai ineludibile

Novembre 29, 2007

Dopo l’ennesimo voto a favore della riforma del Welfare, il Prc parla per la prima volta timidamente di una “verifica di maggioranza”. L’indecisione mostrata ci rivela tutte le contraddizioni in cui versa questo gruppo dirigente: da una parte è incapace di un vero strappo, dall’altra questo si rivela sempre più necessario.

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Il problema però non è soltanto di idee e posizioni all’interno del baraccone istituzionale, ma del mantenimento di un apparato che sopravvive non certo grazie ad una buona organizzazione ed una “buona” politica. Ciò che tiene in vita il Prc è la lauta sua partecipazione (con una pioggia di milioni di euro) alla gestione del potere: cose queste che rendono immediatamente comprensibili logiche e comportamenti che non lo sarebbero altrimenti, a cominciare dagli articoli della Menapace.

Il problema di fondo è che Rifondazione (e così Pdci e Verdi) è un partito di eletti, un partito istituzionale e di governo: un partito, quindi, che ha perso buona parte della sua spinta ideale nell’immaginario collettivo di sinistra. Occorre invece capire dove vanno le classi lavoratrici, che sentimenti ha quella sensibilità di sinistra ancora presente tra i lavoratori e che puntualmente si mobilita in piazza, senza trovare interlocuzioni forti.

Questo riporta al centro della nostra attenzione il tema più volte sviato in questi due anni, un tema che viene costantemente ripreso ma mai affrontato coerentemente nella sinistra extraparlamentare: parliamo della sempre più impellente necessità della costituzione di una opposizione socialdemocratica nel Paese.

Le ragioni che stanno alla base di questo ragionamento possono essere qui sintetizzate in quattro punti essenziali (e che verranno successivamente approfonditi):

- la riforma del sistema elettorale, che non manda in pensione il bipolarismo, ma anzi va ad indebolire i partiti minori delle coalizioni, soprattutto quelli di sinistra;

- il fallimento sempre più evidente dell’opposizione extraparlamentare;

- il continuo incremento in numero e peso di nuove generazioni di lavoratori senza diritti e senza spazi di partecipazione;

- un malcontento di massa sempre maggiore nei confronti del sistema di potere esistente, che tuttavia per ora non trova sbocchi politici – se non in direzione populista e qualunquista.

Alla luce di tutto questo se analizziamo nel complesso la situazione nel Paese, ci rendiamo conto che ciò che manca non è una componente comunista che si oppone ad un governo liberale sostenuto dai socialdemocratici, ma semmai un partito socialdemocratico di opposizione al governo, legato alla “società civile” ed ai sindacati. Anzi, se ci pensiamo bene, questa è una delle ragioni della mancanza di una autentica e forte componente comunista in seno alle sinistre.


Le due destre

Novembre 23, 2007

La fine di una fase. Certamente questo è il primo pensiero: l’”outing” di Berlusconi, che rompe l’alleanza di centrodestra, apre la strada ad un nuovo scenario: la nascita di due destre, in competizione tra loro, per l’egemonia presso gli strati più conservatori della borghesia italiana.

L’analisi da un punto di vista di classe si rivela come sempre lo strumento migliore. Da ciò le nostre considerazioni.

La contraddizione della CdL. La rottura di Berlusconi aldilà della sua immediatezza, mostra quella contraddizione nascosta eppure evidente del centrodestra. Questa consisteva nella convivenza di due culture assai differenti tra loro: da una parte la destra dei corrotti, degli evasori, la destra antistatalista -e fortemente individualista per intendersi-; dall’altra la destra più orgogliosamente postfascista, sicuritaria, statalista e, in una parola, sociale. L’anomalia berlusconiana è sempre stata prima di tutto la costruzione di un legame forte tra queste due destre, col sostegno dei poteri forti del Paese.

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Il modello “Sarkozy”. La deriva reazionaria complessiva in Italia, in termini di culture, sembra favorire la coalizione che andrà a formare adesso la destra di Fini. A ciò si aggiunge il particolare tipo di radicamento sul territorio di An, e l’accresciuto malcontento verso la “casta” di politici percepiti dalle più grandi masse come corrotti. E’ indubbio che l’asse su cui punterà Fini sarà quello di rivendicare valori di onestà, trasparenza, lotta alla criminalità a tutti i livelli, coesione sociale. Insomma, si tratta del repertorio da destra “forte” che si ritrova nel “modello Sarkozy” vincente in Francia e considerato sempre più efficace per il padronato (vedi Montezemolo). Concetti che evidentemente Berlusconi non è in grado di interpretare e trasmettere, e che piacciono pure a gente, solo apparentemente insospettabile, come Di Pietro, Grillo, Travaglio.

Il recinto dell’Unione. E’ evidente che questo strappo ridisegna entrambe le coalizioni. Il centro dell’Unione, diviso tra democristiani, banchieri e giustizialisti era unito esclusivamente da Berlusconi. Ora però il recinto è aperto: pensiamo a cosa questo possa significare per frazioni di associazioni confindustriali, pezzi di notabilato, varie lobby e logge massoniche. Ciò tantopiù vale a sinistra. Rifondazione per anni ha venduto al suo elettorato la favola del voto a Prodi “altrimenti vince Berlusconi”. Ora che questo presupposto sembra crollato le ragioni di una coalizione di governo sembrano essere sempre più deboli.

Il modello bipolare non sembra però in discussione. Quindi presumibilmente alla fine di questa trasformazione si verrà a riformare una nuova destra. Pensiamo tuttavia che il baricentro politico-culturale del Paese si andrà a collocare ancora di più in un’ottica reazionaria, giustizialista, razzista. Purtroppo in Italia non c’è una sinistra ed una organizzazione delle masse come quella che in Francia in questi giorni si contrappone a Sarkozy e costituisce un contrappeso indispensabile per impedire derive reazionarie.


Appunti di novembre

Novembre 19, 2007

Questo mese, anzi questa settimana si è rivelata piuttosto ricca di notizie interessanti.

Finanziaria. E’ passata la seconda finanziaria di lacrime e sangue di questo governo, il cui elemento cardine è proprio quel protocollo del Welfare di cui abbiamo già parlato. Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere: il grande equilibrio da parte di Prodi nel gestire da una parte una coalizione eterogenea e particolaristica e dall’altra fare gli interessi più generali della borghesia.

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Il crollo di Berlusconi. I due più grandi alleati di Prodi da un lato sono Bertinotti e dall’altro Berlusconi, che con la sua strategia della spallata ha fallito, così tanto da mandare in frantumi il centrodestra. Certo, coi soldi il padrone dell’informazione italiana potrà vendere le sue buone ragioni alle masse. Ma rimane il fatto che la tattica difensiva di Prodi sta avendo una valenza strategica: al suo governo non c’è alternativa, almeno per le classi dominanti di questo Paese. Ed i risultati stanno piano piano arrivando: Berlusconi in cinque anni non era riuscito a fare così tanto e con così pochi strascichi, almeno per loro.

Le sinistre. Da questo lato del baraccone istituzionale la realtà appare piuttosto devastante. Dal 20 ottobre al 17 novembre abbiamo avuto il nostro “autunno caldo“: decine di manifestazioni, perfino due scioperi di dimensioni nazionali, di cui uno fortemente politico come quello del sindacalismo di base. Proprio a ragione di ciò lascia costernati il fatto che la sinistra istituzionale si sia confermata assai poco “di lotta” ma molto di “governo”. I parlamentari di “sinistra” hanno votato il protocollo del Welfare senza fare troppe discussioni; hanno accettato supinamente il decreto fascistissimo di deportazione di slavi; hanno accettato senza contropartite il fatto che non si farà la commissione sui pestaggi e i sequestri di persona compiuti dalla polizia a Genova nel 2001; hanno anzi protestato vivacemente contro lo “stillicidio di aggressività” verso i poliziotti che sparano in testa alla gente, come avvenuto pochi giorni fa.

Turigliatto. Ciò che è più sconcertante di questo scenario surreale è che di fronte all’emergenza i ragazzi di Sinistra Critica cercano di fare i furbetti: sono gli unici ad essere “armati” di senatore, in tutta la galassia rossastra che si presenta in piazza contro il governo. Ma Turigliatto “non partecipa al voto” quando c’è da votare la finanziaria, quando c’è da contrastare la spesa militare, quando in sostanza c’è da far cadere questo governo in praticamente ogni cosa che propone. Cosa dovrebbe farci dire tutto questo? Che Turigliatto sia coerente una volta per tutte: al prossimo voto di fiducia voti contro, senza se e senza ma.


Il mondo va avanti per gli scontenti

Novembre 13, 2007

Il mondo va avanti per gli scontenti. Dietro a questo retorico adagio, vi è nascosta una grande verità.

E’ un fatto reale che un mondo sazio e soddisfatto è incapace di contenere i germi della rivolta, della rabbia, della rivoluzione. Non è un caso che l’attitudine alla pacatezza, alla moderazione, alla riflessione, alle prese di posizione ragionate e meditate siano proprio tipiche di coloro che hanno molto da perdere. Non è un caso che la mancanza di riflessione sulle conseguenze della propria inazione lascia del tutto indifferenti i sazi ed i contenti.

Il vero limite alla costruzione di una sinistra veramente antagonista è prima di tutto questo: l’assenza di un legame reale tra la militanza ed una rabbia vera, materiale, una scontentezza di fondo rispetto all’avvenire. La causa di ciò è un profondo egoismo per quanto riguarda il presente e il futuro, che li porta ad anteporre le proprie esigenze a quelle complessive della società. Non è sufficiente avere una sensibilità ambientalista o animalista; nè di essere esperti di marxismi. Ma si tratta di resistere alla cultura dell’individualismo che permea ormai ogni strato di questa società.

Partecipare ad una riunione, ad una assemblea, ad un presidio, e persino ad una manifestazione o uno sciopero, significa per questi signori semplicemente officiare ad un rito collettivo, ad un dazio in grado di soddisfare forse qualche senso di colpa o la propria soddifazione narcisistica di essere parte di un ceto “politicamente impegnato”. Ma concretamente, non sposta nulla. Ed è bene ribadirlo ancora, ed ancora.

Anzi, no, allontana e disgrega il senso e la misura di ciò che significa agire per la trasformazione. Chi apologizza il rito collettivo dell’ipocrisia non è molto diverso dal piccolo borghese benpensante. Non è molto diverso dal fariseo che esprime una totale mancanza di propensione ai rischi che implica la coerenza tra idea ed azione. Ed è pronto alla prima occasione a dissociarsi, a non prendersi rischi altrui, a non permettere di essere confuso con quegli sciocchi che con poco discernimento hanno rischiato per tentare di costruire lotte reali.

Lo pseudo comunista lo riconosci perchè è sempre soddisfatto di quel che poco che crede di avere fatto; lo riconosci perchè non ha mai il tempo per lottare; lo riconosci perchè nella sua corsa virtuale, non ha nessun rapporto con i problemi reali, perchè non sono i suoi problemi; lo riconosci perchè la sua ignavia, la sua pigrizia, la sua insipienza lo hanno reso solo una gallina che ripete cose già sentite, senza che dimostri uno straccio di vera comprensione, perchè di fatto è un indifferente, un peso morto della storia.

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Da questa casamatta la nebbia si è diradata per un attimo. Ora non ci sono dubbi: non si vede nessuno.


Oggi sciopero generale

Novembre 9, 2007

Oggi 9 novembre c’è uno sciopero generale pesante.

Non stavolta per i numeri, gonfiati o meno, ma per quello che significa questo sciopero, nel clima sempre più reazionario che si sta venendo a creare.

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L’accordo del 23 luglio è uno schifo non solo perchè alza complessivamente l’età pensionabile, colpisce il salario e la pensione, aumenta le ore di straordinario, mantiene ed incrementa la precarizzazione di milioni di persone. Questi sono “solo” gli aspetti sociali ed economici di questo accordo, ma ci sono anche quelli politici.

I sindacati confederali hanno voltato la faccia nei confronti dei lavoratori, hanno sancito un accordo con la controparte, la Confindustria, sotto l’egida di quel governo dell’Unione che ha reso possibile sia il compromesso tra padronato e sindacati (maggiori), ma anche che i sindacati maggiori siano i più strenui difensori di accordi del genere. Ne è riprova il referendum di ottobre, che è stato fatto ad accordo già firmato: è servito solo a rafforzare i confederali nella loro pratica concertativa.

Eppure il referendum ha evidenziato in decine se non centinaia di situazioni lavorative il netto no dei lavoratori: proprio per questo sono probabili numerosi brogli. La verità è che il referendum doveva finire così, punto. Nessuno ha potuto controllare la regolarità del voto, la sua indipendenza e soprattutto garantire la partecipazione dei lavoratori.

Questo sciopero serve proprio a contrastare quel referendum, i cui risultati sfalsano la situazione reale nelle fabbriche. Serve a mostrare al Paese che i lavoratori non sono d’accordo ad aumentare la propria età di pensionamento, a liberalizzare gli straordinari, a rimanere precari per anni ed anni.

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Oggi lo sciopero è pesante perchè nel paese non esistono forze politiche che sostengono apertamente e coerentemente le ragioni dello sciopero con una azione istituzionale e territoriale contro le politiche del vero artefice dell’accordo, ovvero il governo Prodi. Le forze che sostengono questo sciopero di fatto si riducono al solo sindacalismo di base, perennemente diviso e senza punti di riferimento politici univoci.

Oggi il sindacalismo di base è il rifugio di migliaia di militanti che negli anni scorsi erano stati in Rifondazione, nei movimenti noglobal, nelle periferie delle città grandi e piccole. Ma se questo da al sindacalismo di base una nuova capacità propulsiva, ne mostra anche una debolezza di fondo, proprio sul piano più importante, quello della progettualità.

Per questo la situazione è sempre più difficile, da un punto di vista di organizzazione, di costruzione di una alternativa nel Paese.

Questo tanto più ci convince a sostenere questo sciopero, in attesa di tempi migliori, che però possono nascere nel contesto di un rafforzamento delle lotte.