Quando si parla di produttività mi viene in mente Volontè che fa Lulù nella “Classe operaia va in Paradiso”.
Su un articolo recentemente apparso sul sito ufficiale, l’Istat dice che la produttività in Italia è aumentata, dal 1981 al 2006, con una media del 1,4%. Qui il testo completo.
Questa sì che è un’informazione interessante.
La produttività è un indice che serve grossomodo per capire quanta ricchezza è capace di produrre un sistema economico. La produttività indica quanto produce mediamente un lavoratore in un determinato lasso di tempo: un’ora, un giorno, un anno. Ma soprattutto è l’incremento di produttività ad essere relativamente indipendente da questioni monetarie, bilance commerciali, flussi di cassa.
Da ciò un incremento dell’1,4% medio annuo significa (con un semplice calcolo) che il Paese ha aumentato la sua capacità di produrre ricchezza del 43% . Cioè, se prima un falegname faceva 10 tavoli in una giornata, oggi ne fa più di 14.
Naturalmente questo non significa automaticamente una ricchezza prodotta: Marx ci insegna che una crisi nel capitalismo può essere contraddistinta anzi da un eccesso di merci prodotte, che nessuno è in grado di acquistare.
Ma alcune domande sono doverose: se i lavoratori italiani producono il 40% e rotti in più ogni ora, dov’è finita questa ricchezza prodotta? Se nel 1981 i lavoratori erano in grado di pagarsi il servizio sanitario, le pensioni, la scuola pubblica di qualità, il TFR, la scala mobile, i contratti a tempo indeterminato, ed altre cosucce, com’è possibile che oggi nel 2006 tutto questo è in discussione? Soprattutto, se in una vita di lavoro, in 35 anni, un lavoratore oggi produce (calcolatrice alla mano) quanto 50 anni di allora, perchè deve lavorare fino a 38, 39, 40 anni ed oltre?
E non è che nel 1981 non ci fossero sfruttati e sfruttatori, anzi.
Domande ingenue che purtroppo non hanno risposte ingenue. Due tra le tante meritano una certa attenzione.
La prima è quella di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, che insiste sul fatto che il salario in Italia è troppo basso e questo influisce sui consumi. Un classico punto di vista keynesiano, ma che riflette una riflessione di una parte del capitale dopo decenni di neoliberismo sfrenato.
La seconda trasversale risposta è questo studio della RDB-Cub, che spiega come e quanto il tasso di pluslavoro nell’ultimo decennio sia in aumento. Ho dato il link della sola ultima pagina, che è quella che contiene le tabelle interessanti.
Pubblicato da anardur
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