Che ne è della sinistra?

Direi che si potrebbe cominciare da qui:

Che fine ha fatto la sinistra italiana?

Questa domanda mi tormenta da un anno e mezzo. Dal giorno in cui la “sinistra” ha deciso di andare al governo. Non mi riferisco ad un partito e forse nemmeno ad un movimento, ma alle centinaia di migliaia di persone, se non milioni, che nel modo più onesto e fiducioso possibile, si sono affidate a chi ha promesso loro questa simpatica partecipazione alla kermesse prodiana.

Questa domanda ce la siamo fatta tutti, noi “di sinistra”. Ammettiamolo senza ipocrisie, anche i più critici, riottosi o “vetero” di noi sotto sotto hanno sperato che qualcosa non dico migliorasse, ma almeno cambiasse. Alcuni hanno perfino scommesso sulla auto-formazione di nuovi spazi a sinistra, tutti da occupare con nuove formazioni politiche. Barlumi di opposizione “automatica”. Altri, i più furbi di tutti, hanno pensato a puntellarsi un proprio piccolo spazietto in questi anfratti. Tutte illusioni.

Effettivamente qualcosa è cambiato. L’unico effetto concreto è che la sinistra oggigiorno sembra tragicamente scomparsa. Almeno, nelle sue espressioni concretamente più visibili e pure. Nei sindacati di massa. Nei luoghi di lavoro. Nel suo radicamento quotidiano. Nel suo essere un tessuto connettivo di esperienze multiformi e differenti. Anche se ancora i futuri scenari non sono facilmente individuabili, la sua immagine attuale è sempre più simile ad un’altra tremendamente evocativa.

La Guernica della sinistra italiana, fatta a pezzi, agonizzante, tormentata ed infine annullata nell’anima. Caduta sotto un nuovo tipo di artiglieria che sembra segnare la fine di una fase politica. E le analogie non finiscono qui.

Penso che sia bene cominciare da questo: dal prendere atto che qualcosa di drammatico è successo.

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