Un ammortizzatore delle lotte

agosto 3, 2010

E’ diventata sempre più comune l’opinione che le associazioni di sinistra di base costituiscano un nucleo di resistenza di base e di massa, perché ricostruiscono nei territori legami solidali, di partecipazione e di iniziativa, di coscienza e quindi in prospettiva di conflitto, pur nelle loro contraddizioni.

Questo in parte spiega perché il simpatizzante come l’ex militante si rivolga alle strutture di base. Esse offrono ad un tempo una maggior libertà di manovra, di pensiero e di dissenso, e dall’altra parte offrono l’opportunità immediata di fare iniziativa politica. Del resto nella fase attuale è evidente il declino e l’assoluta insufficienza delle strutture politiche “non di base”. E spesso l’associazione sembra l’unica alternativa al restare con le mani in mano.

Eppure la struttura di base, come tutte le strutture politiche, non ha un valore indipendente dalla realtà storica che lo circonda, ma la sua esistenza è in relazione dialettica col conflitto di classe. Se il conflitto è in una fase discendente, è impensabile che l’associazionismo di sinistra non ne segua le sorti, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Se il movimento non cresce verso una maggiore partecipazione e conflittualità, e coscienza delle masse, allo stesso modo non possono crescere le sue terminazioni di base. Pertanto l’associazionismo di sinistra, quando non promuove e alimenta direttamente un movimento reale di opposizione e di conflitto, serve soltanto a svolgere un ruolo di ammortizzatore delle lotte, e più propriamente si può dire che le ostacola.

L’associazionismo di questo tipo è sicuramente un buon rifugio per ex militanti politici, e un facile approdo per nuovi e vecchi simpatizzanti di sinistra. Rappresenta un punto di ripartenza apparentemente sicuro. Ma l’attività che li vi si svolge non è di ricostruzione, di rinnovamento, o almeno di resistenza, ma serve prevalentemente a svolgere un un rito autoassolutorio da perpetuare in attesa di tempi “migliori”, che ovviamente sono e saranno in qualche remoto futuro. L’associazionismo di base dunque deresponsabilizza e rende meno consapevole il militante della realtà che lo circonda, dei problemi e delle misure per affrontarla.

E questo è il minimo che può capitare.

Esistono molte associazioni di questo tipo, anche molto diverse tra loro. Prendiamo le associazioni che godono di una qualche forma di finanziamento istituzionale, esse sono legate mani e piedi alle istituzioni. Accanto a queste ci sono quelle che pur apparendo indipendenti godono in realtà di un sostegno da parte di organizzazioni politiche e sindacali (il leader è appartenente a tali organizzazioni). In questi casi l’associazione è cinghia di tramissione di queste forze. Ma anche dove presente l’indipendenza economica non significa indipendenza politica: quali sono gli appoggi politici, i cosiddetti “santi in paradiso” che garantiscono quella bella sede nel centro con cui si aiutano gli immigrati a compilare il permesso di soggiorno?

Se poi vedete una associazione che comincia a parlarvi di boicottaggio, che vi mostra i suoi prodotti del commercio equo e solidale, che vi vende libri di alternativa (e nemmeno troppo di alternativa) ma che poi concretamente è sconosciuta dall’immigrato del palazzo di fronte, cominciate a insospettirvi. Si tratta probabilmente di un gruppetto di amici che si vede una volta alla settimana e cerca di dare un senso al loro vivere sociale, magari anche in assoluta buona fede. Ma non spostano nulla.

Questo tipo di associazioni vivono della rendita del tempo delle lotte. Non ne producono di nuove, nemmeno nuova sensibilizzazione, ma vivono in un perenne retaggio delle lotte che fanno altri, delle lotte che si fanno altrove, o che si sono fatte in passato. La motivazione di questi gruppetti è che una attività di base dovrebbe avvicinare le persone perché la politica li effettuata è di base e quindi vicina alla loro realtà. Il problema sorge quando nel processo di acquisizione di coscienza gli strati più sfruttati si rendono conto che i problemi “più vicini alla loro realtà” sono pur sempre il lavoro, la disoccupazione, la precarietà, l’emarginazione, l’esclusione, l’istruzione, ecc. che non sono in alcun modo risolvibili nè affrontabili non solo da una associazione di base, ma neppure da un milione di associazioni di base, perché serve un’altra forma di organizzazione. Tali associazioni pur con tutto il lavoro anche politico e di controinformazione, sono del tutto marginali rispetto alle contraddizioni della società, perché al più il loro lavoro è appunto di base, in una società dove i problemi più importanti non si risolvono nei territori, ma nell’affrontare tutto un insieme di contraddizioni che necessariamente coinvolgono la società nel suo complesso. Sarebbe come illudersi di fermare la diga con un dito.

Un altro degli aspetti fondamentali dell’associazionismo è l’atomicità. Oh finalmente nessuna direzione dall’alto, assoluta indipendenza, secondo gli apologeti dell’associazionismo. Ma ciò significa anche che ogni associazione/gruppo/centro sociale replica in piccolo tutte le strutture necessarie per svolgere un lavoro politico. Dalle strutture materiali (sedi, strutture, finanziamenti, ecc.) alla sopravvivenza economica, deve reinventare nel suo piccolo tutte le strutture minime per farle funzionare. La sua atomicità distoglie gran parte delle energie per incidere di più anche nella propria realtà. Non solo, ma sono i risultati a restare atomizzati. Il risultato di una assemblea, di un pamphlet, di una lotta, ecc. rimangono li dove sono, senza che sia possibile trasmetterli altrove, se non in modo disorganico e individualistico.

La terza e spesso strenuamente difesa particolarità dell’associazionismo è che in esso viene garantita la cultura del pluralismo, della possibilità di associazione pur nelle differenze di idee politiche. Peccato che la scelta di un piano di “minimo comune denominatore” fa viaggiare l’associazione alla velocità minima comune, condizionandone pesantemente l’attività. In altri termini un piccolo gruppo di attivisti può bloccare pesantemente l’attività di tutti gli altri. E quindi, lavora meglio un gruppo omogeneo, che poggia il proprio lavoro su solide basi, o un insieme eterogeneo di identità e di visioni del mondo, che rende l’associazione più un luogo di aggregazione che di azione reale?

Questi tre aspetti comportano il fatto che le associazioni sono insufficienti per svolgere un qualsiasi lavoro politico che vada oltre la mera testimonianza. L’associazione, in definitiva, svolge brillantemente il ruolo di recettore di tutti coloro che vorrebbero fare qualcosa ma non sanno come. Ma esaurito questo scopo, essa spesso svolge più che un ruolo reale nel conflitto di classe un rito di “pseudo politica”, utile forse come gruppo di auto aiuto, ma non a cambiare la realtà esistente. L’associazione, coscientemente o meno, diventa anziché un punto di partenza, un punto di arrivo. Evidentemente l’associazionismo di sinistra non è nè può proporsi come soluzione alla mancanza di azione politica.


Appunti partigiani

aprile 30, 2010

Riprendo in mano come sempre saltuariamente il blog.

In questi anni lo sviluppo delle destre è stato tale da superare ogni aspettativa. Inutile rispondere punto per punto alle pessime analisi che ne fa la vulgata di sinistra.

Basta sintetizzarle semplicemente con un “non esiste opposizione sociale quindi non esiste opposizione politica“.

Ecco, questo a mio parere è un errore madornale. Anzi, è il paradigma dell’errore.
Il problema dell’esaurimento della spinta propulsiva delle sinistre ha ragioni che non vanno ricercate nella mancanza di forme di opposizione sociale.
Il problema semmai è che le forme in cui si sviluppa il conflitto sociale, anche quando assumono una dimensione nazionale, non riescono a trovare una loro dimensione complessiva, un quadro di insieme in cui inserirsi e rimangono quindi confinate nel loro contesto, riuscendo ad uscire limitatamente nello spazio e nel tempo.

Si veda ad esempio la lotta degli immigrati di Rosarno, ridotti a stato di semischiavitù: hanno avuto un grande spazio per un breve periodo nei mass media nazionali, per poi uscire altrettanto rapidamente. Il dibattito politico non soltanto dell’opinione pubblica più ampia, ma anche dei settori più sensibili e attivi di sinistra, ha fatto più o meno lo stesso rapido corso. Ed è questo il punto principale su cui riflettere.
Analogamente la lotta della INNSE, che pure ha stimolato nell’immaginario collettivo di sinistra l’idea che è possibile se non vincere, almeno rallentare la svolta repressiva, è stata addirittura propulsiva per lanciare e sostenere altre lotte. Eppure si è esaurita rapidamente, annacquata in qualche dibattito di movimento, nel tentativo di egemonia di qualche settore sindacale, ridotta a mero episodio.
Un discorso analogo si potrebbe fare dunque sulle decine di lotte che hanno infiammato ed infiammano tuttora il Paese: quelle dei precari della scuola, per esempio, ma anche quelle degli operai che hanno occupato l’isola dell’Asinara o quelli delle numerosissime fabbriche in crisi o in chiusura o in cassa integrazione. Termini Imerese chiuderà, via Padova brucerà, ma fondamentalmente restano tanti piccoli incendi nello spazio siderale, che tanto rapidamente prendono fuoco e altrettanto rapidamente vengono fatti spegnere.
Ma l’esempio più palese è stata la recente polemica relativa ad Emergency. Gino Strada ha parlato come sempre coerentemente e con grande chiarezza di cosa è la guerra (aggiungiamo qui imperialista) in Afghanistan. Ma parlava al vuoto: in Italia non esiste da anni una opposizione a quella guerra, a qualsiasi guerra. Non soltanto come manifestazioni, ma parlo di dibattito, di informazione, di sensibilizzazione.

Il risultato ottenuto dal padronato è che, indipendentemente dal governo in carica, dalla stessa classe politica e dagli organi repressivi dello Stato, la lotta anzi la stessa coscienza di classe è stata frantumata in una miriade di lotte atomizzate e slegate le une dalle altre, in una miriade di interessi apparentemente differenti, in un universo senza progetti e senza memoria.

Il problema risiede non in quei settori sfruttati ma poco coscienti, non dunque negli immigrati, negli studenti e nei giovani precari. L’anello mancante non è in loro, perché loro sono maggiormente esposti allo sfruttamento economico. L’anello mancante sta in qualcosa che dovrebbe essere alle loro spalle, ma non c’è. L’anello che manca è in quella generazione composta dagli strati più coscienti e combattivi della passata stagione di lotte, quelli delle giornate di Genova e delle manifestazioni oceaniche a Roma.

Di questa situazione sono complici e responsabili i vertici politici e sindacali della sinistra, a cominciare da CGIL, per continuare a Rifondazione a Sinistra e Libertà, ad ogni grado e livello di direzione politica. E per finire una parte di responsabilità va anche ai sindacati di base e i partitini radicali per non aver saputo comprendere e fronteggiare il problema. Ma il problema sta anche nell’associazionismo di sinistra, che in questa stagione di ritirata sta conoscendo una nuova fioritura.

Per forza, sono quelle le strade facili. Nel frattempo mancano le strutture nazionali, le organizzazioni in grado di capitalizzare il risultato di lotte locali in una rete di comunicazione ed organizzazione che incontri trasversalmente settori differenti. Non un solo passo avanti è stato fatto rispetto alle grandi manifestazioni di movimento di sette otto anni fa. Si sono prodotti piccoli burocrati di movimento, piccoli nani con la testa grossa, ma nessun progresso effettivo in termini di coscienza e pensiero collettivo.

Sappiamo benissimo infatti che non c’è prassi rivoluzionaria (e quindi di lotta radicale) senza una teoria rivoluzionaria. La sinistra è allo sbando perché non è stata in grado di dotarsi di una alternativa culturale, di un’altra idea di società, una volta che il martellamento anticomunista ha sortito i suoi effetti. Non è stata in grado di ricostruire un nuovo immaginario di alternativa, fallito il miraggio no-global del commercio equo, dei boicottaggi, dei girotondi.

Intanto oggi, all’indomani di tutto questo, del liberismo, delle guerre antiterroristiche, della precarizzazione totale, della repressione degli immigrati e soprattutto di questa crisi strutturale del sistema economico, le masse lavoratrici, con alla testa gli immigrati e i precari, le masse su cui poggia il futuro della classe lavoratrice nel suo complesso, mancano di una organizzazione. Tutto il tesoro di esperienza accumulato in questi due decenni di trasformazione nel Paese in peggio, non trovano una opposizione.

Viene quasi da incazzarsi.


Nani con la testa grossa

giugno 17, 2009

Uno degli elementi dirompenti dell’entusiasmante dibattito che si sta aprendo nella sinistra EXTRA parlamentare, è il rispolvero di vecchie teorie e vecchi termini. Mi voglio soffermare in particolare su una delle coppie più antiche di reciproche e speculari accuse: estremisti contro opportunisti. Facciamo chiarezza, però sui termini.

L’estremista è il duro e puro, l’incapace di mediare tra principi assoluti e bisogni immediati, colui che non è capace di capire l’esigenze del compromesso, della piccola conquista contro l’utopia. L’opportunista è il venduto, disponibile a barattare qualche mero vantaggio immediato alla svendita di principi e conquiste fondamentali.

Comunque la si giri e rigiri, questi due cliché sono due facce della medesima medaglia, ed hanno un’origine comune: quello di essere strumenti per giustificare qualsiasi cosa, in un senso e nell’altro. Alleanze politiche, partecipazione a mobilitazioni, sostegno a determinate rivendicazioni, ma su tutto il rifiuto di rinunciare ad una virgola del proprio particolarismo. Non mi riferisco dunque soltanto alla politica nazionale (anzi per nulla!), ma a quella guerra di posizione e di calunnia che si sviluppa nel sottobosco dei movimenti, delle assemblee nei territori, nelle ancora piccole lotte in difesa anche dei più elementari diritti costituzionali, come il diritto all’istruzione o al salario. Piccoli nani dalla testa molto grossa sproloquiano parole nuove che sembrano appena aver imparato, ma col loro carisma da quattro soldi rischiano di fare a fette lotte fragili ma che possono diventare anche molto importanti.

In questa fase confusionaria dopotutto non c’è una scuola di movimenti a sei cifre adatta a selezionare gruppi dirigenti capaci.

Estremisti ed opportunisti ci sono, certo. Però l’abuso di questi archetipi è un sintomo evidente che gran parte della sinistra, anche e soprattutto nella base, ha perso un insieme di riferimenti e di paletti stabili, quelli cioè che possono permettere di avere un riscontro oggettivo di cosa è estremista, di cosa è opportunista, e di cosa non è nulla di tutto ciò.

Ecco, ora qui non si vuole provare a dare una risposta esaustiva che poi si finisce per fare il nano con la testa grossa, ma si vuole provare ad enunciare alcuni di questi paletti.

Il movimento per cambiare lo stato di cose presenti è qualcosa di reale. Semplicemente le cifre si sono ridotte. Ma non sarà mai una idea o ideologia alla quale la realtà dovrà conformarsi. Perdonate la citazione di Marx ed Engels. Ma non esiste nessun principio ineliminabile, soltanto un insieme di pratiche basate dall’esperienza reale e non sempre adattabili in qualsiasi situazione.

Nei movimenti, quelli reali e di massa, ci sarà sempre una avanguardia di coloro che chiederanno sempre “di più” rispetto a quanto si aspetta la media di chi ne fa parte. Ma ci sarà anche sempre una retroguardia di coloro che freneranno, che avranno timore, che saranno codardi. La parte difficile viene quando le forze si assottigliano, e da un giorno all’altro movimenti coesi cominciano a litigare. Vedasi il movimento contro la guerra del 2003 o quello dell’Onda dello scorso autunno.

Occorre inoltre sempre tenere ben presente la differenza tra riformismo e revisionismo. Il revisionista è colui che depotenzia oggettivamente il conflitto sociale quando esso è più forte, perché prima si pone alla sua testa come capopopolo e poi lo ferma esplicitamente in virtù del dialogo con il blocco sociale opposto. Il riformista fa la stessa cosa certo, ma quando il conflitto sociale è più debole, e quindi oggettivamente lo rafforza. Quindi il riscontro oggettivo non è un principio astratto, ma la sua declinazione con le condizioni reali del movimento. Il resto sono solo chiacchiere.

In politica contano i numeri. Se la tua proposta non raggiunge le masse non stai facendo politica, ma solo opinione. Come questo blog, ma con molta più arroganza. Se ad una manifestazione dalla quale ti sei autoescluso perchè copre solo il 50% dei tuoi obiettivi dichiarati raggiunge cinquantamila persone, non è che forse hai sbagliato qualcosa? Ma allo stesso tempo è importante non fare feticismo del numero: se il tuo presidio è pieno di gente ma anche di bandiere del PD non ti viene forse il dubbio che forse potevi alzare un po’ il tiro? O tanto per fare un altro simpatico esempio, se tutti quelli che ti sono intorno – tanti, certo, non lo mettiamo in dubbio- bevono birra e si fanno le canne non è che forse non stai dicendo un cazzo?

Qual è il numero minimo di persone coinvolte in un movimento reale per poter dire che non stai facendo più opinione ma un movimento reale? Non so quantificarlo, ma non è mettendo insieme duecento attivisti su base nazionale, non è qualche decina di migliaia di firme, mi duole dirlo, non è duemila copie vendute del tuo giornale. Non valgono i voti alle elezioni.

Ma in ultima analisi cosa non è opportunista? E cosa non è estremista? Tutto ciò che fa avanzare il movimento reale. Non degli amici della birra. Non degli antifascisti nostalgici. Non dei compagni duri e puri, che però non alzano il culo alle sei di mattina se fosse necessario. Lo dico senza retorica. E’ utile una lotta SE E SOLO SE costruisce e fabbrica nuovi militanti ed attivisti, anzi in questa fase una nuova generazione di militanti ed attivisti.


Ciao, Ivan

giugno 16, 2009

Quando la lotta è di tutti per tutti,

il tuo padrone, vedrai, cederà;

se invece vince è perchè i crumiri

gli dan la forza che lui non ha”

Ciao, Ivan


Una Sinistra Utile

giugno 12, 2009

Dicevamo che in Italia si sta ormai concretizzando il disegno piduista. Due coalizioni, una di centrosinistra ed una di centrodestra. Fuori i comunisti dalla vita politica del Paese, fuori ogni idea di alternativa, di costruzione di un terzo polo, di sinistra.

Sia ben chiaro. Alla borghesia non serve una dittatura fascista. Serve invece un bipolarismo semplice e chiaro, con poche grandi forze nazionali, ognuna ben delineata da un duplice ruolo: da una parte quello di rappresentare socialmente alcuni ceti della piccola e grande borghesia (anche in considerazione dei particolarismi regionali), dall’altra declinare e sublimare le particolari esigenze “virtuali” e sublimate di una parte delle masse, come il bisogno di sicurezza, la paura degli immigrati, ecc.

Tutti gli attori in gioco, non solo il Pd democratico e riformista e il Pdl liberale e nazionalista, fanno parte di questo teatrino. Così anche la Lega Nord, l’Italia dei Valori, l’UDC ed i partiti minori come MPA.

Dobbiamo dire grazie anche al gruppo dirigente che ha dato vita a Sinistra e Libertà, perché ha contribuito a questa chiarificazione. Questa nuova formazione è stato un grande passo in avanti nella marcia a tappe di conglobazione nelle due macroaree principali, dove ad ognuno è delineato il compito di difendere una particolarità di interessi borghesi ed un insieme di “credi”, “bisogni costruiti” e “desideri reconditi” della popolazione. A Sinistra e Libertà tocca nel breve periodo il compito di intercettare il bisogno di alternativa della sinistra delusa del PD, e diventare nel medio periodo l’unica vera sinistra, “attenta ai bisogni dei più poveri” ma responsabile ed integrata nel blocco politico di centrosinistra. Si va anche delineando chiaramente anche il blocco sociale di riferimento di Sinistra e Libertà: in particolare precari, giovani, professionisti e appartenenti a quel ceto piccolo borghese di persone di cultura medio-alta, che storicamente e politicamente non possono identificarsi in un partito di “lavoratori e studenti” tout-court. Sarebbe interessante approfondire questa cosa.

Sinistra e Libertà non ha più nessuna delle ambiguità e dei pesi morti che aveva Rifondazione Comunista, i residuati del comunismo, di un certo operaismo e rigidità di rapporti a sinistra. La formazione di Vendola (con dietro Bertinotti), non ha lacci ideologici e può muoversi con scaltrezza nel mare vasto del centrosinistra. Non deve rassicurare i propri militanti, i vecchi simpatizzanti e l’elettorato di dover essere di alternativa. Sul loro giornale si possono permettere di dire qualsiasi cosa senza timori e ritegni: di oggi per esempio la proposta di Bertinotti di “fare un grande partito del centrosinistra” con dentro tutti, PD, Radicali, Di Pietro, ecc.

Il ruolo della sinistra sembra essere evidentemente quello di intercettare quella fetta di scontenti che non ne possono più di questa alternanza, che non sostengono il PD, e che votano magari Di Pietro per protesta. L’elettorato e una vasta area di sensibilità c’è. Ma questo sostegno non deve essere appannaggio dei partiti (pseudo)comunisti, e di chi si mostra ambiguo e non sufficientemente allineato. Da oggi Sinistra e Libertà che fornirà la pezza d’appoggio al centrosinistra per impedire emorragie di voti o astensionismo.

Questa chiarificazione mette Rifondazione comunista (come gruppo dirigente e come iscritti e simpatizzanti) di fronte al crocevia delle sue scelte finali. Allinearsi ed adeguarsi – come hanno fatto e faranno forse molti dirigenti, e quindi scomparire, oppure mantenere l’indipendenza formale e tentare la carta dell’identità (e scomparire progressivamente), oppure accettare il fatto che una fase è finita.


Disuguaglianze.

giugno 10, 2009

Allora:

il PRESIDENTE della regione Puglia +
Sinistra Democratica +
Verdi +
“Il Manifesto” (il giornale della sinistra italiana) +
“L’altro” (il nuovo giornale di Sansonetti) +
cospicui finanziamenti del PD +
Democratici Anonimi +
Appello per una Sinistra unitaria +
Appello per una Sinistra responsabile +
Ampio spazio nella stampa nazionale (Sansonetti, Bebo Storti, Sergio Staino, ecc.)

<

Cariatidi atee fuori moda +
Vecchi arnesi comunisti +
Ideologie sconfitte dalla Storia +
Miseria Terrore e Morte +
Anticapitalismo +
Antiquata falce e martello con la stella.

Strano.


Di ritorno

giugno 9, 2009

Noto esponente della sinistra radicale

Prima di tutto una premessa personale. Occorreva prendere una pausa per mettere insieme più di una riflessione: non sempre è utile e giusto dire la propria e discutere di politica, soprattutto con uno strumento individualista ed egocentrico come il blog. Si rischia di essere fin troppo presuntuosi.

Ma se è facile smettere di scrivere, è molto più difficile ricominciare. E se ricomincio è anche grazie al fatto che questo blog è ancora letto. Forse alla fine è stato utile ad aprire qualche riflessione.

Ma se questo è un riavvio, sarà  un riavvio stentato e lento.

Direi prima di tutto di rimettermi in pari con quest’anno. In quest’anno ho letto molto ed ho visto fare molto poco. E quel poco che si è fatto lo si è fatto in condizioni oggettivamente difficili.

Oggi si sono realizzate ad un tempo sia la strategia piduista dei due schieramenti, uno di centro-destra ed uno di centro-sinistra, sia l’abbattimento culturale di un insieme di conquiste della sinistra propriamente detta. Non siamo però di fronte ad un nuovo fascismo, inaccettabile per gli interessi della borghesia. In estrema sintesi, possiamo dire che la borghesia ha bisogno di due cavalli in competizione tra loro, che rappresentano ad un tempo sia interessi di settori borghesi differenti tra loro, sia d’altro canto più declinazioni del rapporto tra politica e sublimazione degli interessi sempre più spesso costruiti delle classi inferiori.

In questa nuova fase si è affermata quindi una nuova competizione tra le sinistre, con Sinistra e Libertà (allineata e finanziata dal centrosinistra) da una parte, e Rifondazione/Pdci dall’altra (con i loro inciuci e contraddizioni). Sullo sfondo Sinistra Critica e PCL, ancora ai margini della lotta politica.

Però le lotte sociali in questo ultimo anno non si sono fermate, nonostante le condizioni sempre più difficili che abbiamo visto tutti in questi mesi: la repressione, la mancanza di risonanza mass mediatica, l’insufficiente capacità di attrazione dei sindacati di base, il contrasto dei burocrati della Cgil, e infine la debolezza della sinistra politica.

Di carne al fuoco insomma ce n’è tanta per ricominciare a discuterne anche qui.


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