E’ diventata sempre più comune l’opinione che le associazioni di sinistra di base costituiscano un nucleo di resistenza di base e di massa, perché ricostruiscono nei territori legami solidali, di partecipazione e di iniziativa, di coscienza e quindi in prospettiva di conflitto, pur nelle loro contraddizioni.
Questo in parte spiega perché il simpatizzante come l’ex militante si rivolga alle strutture di base. Esse offrono ad un tempo una maggior libertà di manovra, di pensiero e di dissenso, e dall’altra parte offrono l’opportunità immediata di fare iniziativa politica. Del resto nella fase attuale è evidente il declino e l’assoluta insufficienza delle strutture politiche “non di base”. E spesso l’associazione sembra l’unica alternativa al restare con le mani in mano.
Eppure la struttura di base, come tutte le strutture politiche, non ha un valore indipendente dalla realtà storica che lo circonda, ma la sua esistenza è in relazione dialettica col conflitto di classe. Se il conflitto è in una fase discendente, è impensabile che l’associazionismo di sinistra non ne segua le sorti, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Se il movimento non cresce verso una maggiore partecipazione e conflittualità, e coscienza delle masse, allo stesso modo non possono crescere le sue terminazioni di base. Pertanto l’associazionismo di sinistra, quando non promuove e alimenta direttamente un movimento reale di opposizione e di conflitto, serve soltanto a svolgere un ruolo di ammortizzatore delle lotte, e più propriamente si può dire che le ostacola.
L’associazionismo di questo tipo è sicuramente un buon rifugio per ex militanti politici, e un facile approdo per nuovi e vecchi simpatizzanti di sinistra. Rappresenta un punto di ripartenza apparentemente sicuro. Ma l’attività che li vi si svolge non è di ricostruzione, di rinnovamento, o almeno di resistenza, ma serve prevalentemente a svolgere un un rito autoassolutorio da perpetuare in attesa di tempi “migliori”, che ovviamente sono e saranno in qualche remoto futuro. L’associazionismo di base dunque deresponsabilizza e rende meno consapevole il militante della realtà che lo circonda, dei problemi e delle misure per affrontarla.
E questo è il minimo che può capitare.
Esistono molte associazioni di questo tipo, anche molto diverse tra loro. Prendiamo le associazioni che godono di una qualche forma di finanziamento istituzionale, esse sono legate mani e piedi alle istituzioni. Accanto a queste ci sono quelle che pur apparendo indipendenti godono in realtà di un sostegno da parte di organizzazioni politiche e sindacali (il leader è appartenente a tali organizzazioni). In questi casi l’associazione è cinghia di tramissione di queste forze. Ma anche dove presente l’indipendenza economica non significa indipendenza politica: quali sono gli appoggi politici, i cosiddetti “santi in paradiso” che garantiscono quella bella sede nel centro con cui si aiutano gli immigrati a compilare il permesso di soggiorno?
Se poi vedete una associazione che comincia a parlarvi di boicottaggio, che vi mostra i suoi prodotti del commercio equo e solidale, che vi vende libri di alternativa (e nemmeno troppo di alternativa) ma che poi concretamente è sconosciuta dall’immigrato del palazzo di fronte, cominciate a insospettirvi. Si tratta probabilmente di un gruppetto di amici che si vede una volta alla settimana e cerca di dare un senso al loro vivere sociale, magari anche in assoluta buona fede. Ma non spostano nulla.
Questo tipo di associazioni vivono della rendita del tempo delle lotte. Non ne producono di nuove, nemmeno nuova sensibilizzazione, ma vivono in un perenne retaggio delle lotte che fanno altri, delle lotte che si fanno altrove, o che si sono fatte in passato. La motivazione di questi gruppetti è che una attività di base dovrebbe avvicinare le persone perché la politica li effettuata è di base e quindi vicina alla loro realtà. Il problema sorge quando nel processo di acquisizione di coscienza gli strati più sfruttati si rendono conto che i problemi “più vicini alla loro realtà” sono pur sempre il lavoro, la disoccupazione, la precarietà, l’emarginazione, l’esclusione, l’istruzione, ecc. che non sono in alcun modo risolvibili nè affrontabili non solo da una associazione di base, ma neppure da un milione di associazioni di base, perché serve un’altra forma di organizzazione. Tali associazioni pur con tutto il lavoro anche politico e di controinformazione, sono del tutto marginali rispetto alle contraddizioni della società, perché al più il loro lavoro è appunto di base, in una società dove i problemi più importanti non si risolvono nei territori, ma nell’affrontare tutto un insieme di contraddizioni che necessariamente coinvolgono la società nel suo complesso. Sarebbe come illudersi di fermare la diga con un dito.
Un altro degli aspetti fondamentali dell’associazionismo è l’atomicità. Oh finalmente nessuna direzione dall’alto, assoluta indipendenza, secondo gli apologeti dell’associazionismo. Ma ciò significa anche che ogni associazione/gruppo/centro sociale replica in piccolo tutte le strutture necessarie per svolgere un lavoro politico. Dalle strutture materiali (sedi, strutture, finanziamenti, ecc.) alla sopravvivenza economica, deve reinventare nel suo piccolo tutte le strutture minime per farle funzionare. La sua atomicità distoglie gran parte delle energie per incidere di più anche nella propria realtà. Non solo, ma sono i risultati a restare atomizzati. Il risultato di una assemblea, di un pamphlet, di una lotta, ecc. rimangono li dove sono, senza che sia possibile trasmetterli altrove, se non in modo disorganico e individualistico.
La terza e spesso strenuamente difesa particolarità dell’associazionismo è che in esso viene garantita la cultura del pluralismo, della possibilità di associazione pur nelle differenze di idee politiche. Peccato che la scelta di un piano di “minimo comune denominatore” fa viaggiare l’associazione alla velocità minima comune, condizionandone pesantemente l’attività. In altri termini un piccolo gruppo di attivisti può bloccare pesantemente l’attività di tutti gli altri. E quindi, lavora meglio un gruppo omogeneo, che poggia il proprio lavoro su solide basi, o un insieme eterogeneo di identità e di visioni del mondo, che rende l’associazione più un luogo di aggregazione che di azione reale?
Questi tre aspetti comportano il fatto che le associazioni sono insufficienti per svolgere un qualsiasi lavoro politico che vada oltre la mera testimonianza. L’associazione, in definitiva, svolge brillantemente il ruolo di recettore di tutti coloro che vorrebbero fare qualcosa ma non sanno come. Ma esaurito questo scopo, essa spesso svolge più che un ruolo reale nel conflitto di classe un rito di “pseudo politica”, utile forse come gruppo di auto aiuto, ma non a cambiare la realtà esistente. L’associazione, coscientemente o meno, diventa anziché un punto di partenza, un punto di arrivo. Evidentemente l’associazionismo di sinistra non è nè può proporsi come soluzione alla mancanza di azione politica.

Pubblicato da anardur 



